Ben Kane.
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Una Battaglia per l'Impero.
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Parte 4.
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Titolo originale: Clash of Empires. 2018.
Traduzione di: Francesca Noto.
2019 Newton Compton Editori, ROMA.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Capitolo 38.
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Filippo era venuto a osservare il nemico. Era diventato un rituale, per lui, nel corso del passato mese e mezzo. Visitava un punto diverso dei bastioni nella vallata ogni giorno, concedendosi molto tempo per osservare il campo di battaglia, ascoltare i rapporti degli ufficiali e, soprattutto, incoraggiare le truppe.
Mentre saliva lungo la scala, avvert il familiare e rivoltante lezzo di carne umana putrefatta che veniva dall'altra parte delle fortificazioni. Aveva permesso ai Romani di riprendersi i loro morti diverse volte, soprattutto per evitare che i suoi uomini dovessero convivere giorno e notte con quel fetore, ma non erano mai riusciti a recuperare tutti i cadaveri.
 tutto tranquillo, maest. Uno dei Compagni era salito sui bastioni prima di lui. Filippo trovava quelle nuove necessit molto irritanti, ma dopo il complotto di Eraclide e Critone e i rischi che aveva corso a Ottobolo, aveva ceduto alle ripetute richieste dei suoi generali affinch le guardie del corpo lo accompagnassero ovunque. Senza mostrare in alcun modo l'orgoglio ferito, accolse i saluti felici che gli risuonarono intorno, una volta sulla passerella.
Melancoma, furfante che non sei altro.
Filippo strinse le mani a un grosso falangista dalle orecchie a cavolfiore e dal naso rotto pi volte che somigliava a una salsiccia deforme. Proveniente dalla Caria, in Asia Minore, Melancoma si era arruolato nell'esercito di Filippo dopo le sue campagne di due anni prima in quella regione, ed era un combattente feroce. Per Filippo, valeva cinque soldati normali.
 bello rivederti, maest. Il sorriso di Melancoma rivel altri spazi vuoti tra i denti, rispetto all'ultima volta.
Hai avuto tempo per fare qualche incontro di pugilato, di recente?, gli domand Filippo.
I soldati pi vicini scoppiarono a ridere e lui sogghign. Una volta o due, maest.
E hai vinto?
Li ha sfiancati tutti, maest, come al solito!, esclam una voce.
Tutti sapevano che la tattica principale di Melancoma era quella di stancare gli avversari schivando i loro colpi, invece di attaccare, ma Filippo inarc un sopracciglio.
Non  contro le regole, maest, spieg il pugile con una piccola risata.
Vero, concord Filippo, divertito.
Promettendogli che sarebbe venuto a vedere il suo prossimo incontro, and avanti. Cinque Compagni gli restarono vicini.
Filippo continu il suo giro, godendosi la descrizione, da parte di un ufficiale di artiglieria, dell'ultimo attacco romano, che era avvenuto il giorno prima. Due torri d'assedio usate dal nemico erano a breve distanza dal bastione, fatte a pezzi dalle pietre delle catapulte. Dei cadaveri erano sparsi dentro ai resti e nei dintorni, e le urla degli uomini intrappolati all'interno erano ancora udibili.
Filippo aveva deciso che il fatto che Flaminino continuasse ad attaccare le sue difese dimostrasse la sua mancanza d'esperienza, e il suo desiderio di concludere al pi presto la guerra. Dopo quaranta giorni e una dozzina di assalti falliti, doveva essere ormai chiaro che le posizioni dei Macedoni erano impossibili da conquistare.
Lascia pure che sprechi cos i suoi uomini, pens Filippo.
Forse Flaminino aveva altri piani, perci il re aveva inviato degli esploratori a cercare eventuali pastori locali sopravvissuti. Come era stato per lo sventurato Aetos, gli uomini e i ragazzi pi grandi dovevano essere uccisi, e le mogli e i figli sopravvissuti minacciati. Erano state fatte offerte a Zeus, chiedendo il suo favore; i sacerdoti erano stati consultati spesso. La posizione doveva essere protetta in ogni modo possibile.
Fino a quel momento, le sue tattiche avevano funzionato, e pi a lungo avessero continuato a farlo, meglio sarebbe stato per lui. Intrappolate negli stretti confini della valle e incapaci di avanzare, le legioni di Flaminino non potevano sfruttare la loro superiorit numerica. Filippo aveva deciso che, se fossero riusciti a mantenere la situazione invariata per altri quaranta giorni, sarebbe arrivata la stagione del raccolto. Flaminino avrebbe dovuto considerare di concludere la campagna, per quell'anno. La sua reputazione ne sarebbe uscita danneggiata, come quella di Galba; e forse il Senato lo avrebbe richiamato in Italia. Una volta che la campagna militare si fosse fermata, Filippo avrebbe potuto sfruttare l'autunno e l'inverno al massimo, reclutando pi soldati e rinforzando i rapporti con l'Acaia. Con un po' di fortuna, avrebbe potuto riprendere anche quelli con Sparta e altre citt-stato.
C' un cavaliere in arrivo, maest, disse uno dei Compagni.
Gli occhi di Filippo seguirono il braccio teso dell'uomo. Un cavaliere stava guadando l'Aous. Anche a quella distanza, era chiaro che avesse un ramo in mano.
Un araldo, comment il re. Finalmente ci siamo.
Non tutti avevano visto il ramo d'ulivo; un ufficiale latr ordini dalla torre pi vicina. I suoi uomini si affrettarono a caricare la catapulta.
Fermi!, rugg Filippo. Fatelo avvicinare.
L'ordine si diffuse sul bastione. Mentre il cavaliere si avvicinava, la tensione sal inevitabilmente. Sebbene Filippo avesse avuto la meglio in tutte le battaglie, fino a quel momento, l'arroganza dei Romani non conosceva limiti. Le richieste del messaggero potevano essere assurde, per esempio la resa immediata a Flaminino.
Quando il cavaliere fu a portata dell'artiglieria, tir le redini e sollev alto il ramo d'ulivo.
Ah!, esclam il Compagno che l'aveva avvistato. Ha paura.
Anch'io ne avrei, comment Filippo. Port una mano alla bocca e grid in latino: Vieni in pace!.
Non ci fu risposta, e gli uomini sul bastione cominciarono a ridere e a lanciare urla di scherno.
Silenzio!, rugg Filippo. Ripet le sue parole, pi forte.
Il Romano rest immobile per qualche istante. Non era chiaro se stesse considerando le parole di Filippo, sempre che le avesse sentite, o stesse aspettando di vedere cosa avrebbe fatto l'artiglieria, ma alla fine spron il cavallo verso le difese.
Filippo si fece avanti, mostrando l'armatura scintillante e l'elmo crestato di rosso.
Il messaggero si ferm a un centinaio di passi dalle difese. Flaminino manda un messaggio a Filippo, grid, in latino.
Io sono Filippo. Non ci fu reazione, neanche un cenno del mento, e il re si sent invadere dalla rabbia. Perfino il pi umile di quei barbari era altezzoso oltre ogni immaginazione.
Flaminino vorrebbe incontrarti.
Desidera piegarsi davanti a me?, domand Filippo. I soldati che capivano il latino scoppiarono a ridere.
Il messaggero si accigli. Vuole trattare con te.
Sarebbe stato piacevole rimandare indietro quell'uomo a mani vuote, pens Filippo. Flaminino sarebbe stato furioso, e non avrebbe potuto farci nulla. Ma la curiosit ebbe la meglio sulla malignit.
Cosa vuole?
Lo incontrerai domattina davanti all'olmo solitario vicino al fiume?
S. Ma deve essere da solo, con al massimo due guardie del corpo, e nessun altro. Mi fido di voi bastardi Romani quanto mi fiderei di un serpente.
Il cavaliere annu, e senza aggiungere altro, fece girare il cavallo e si allontan al galoppo.
I soldati che parlavano latino spiegarono subito ai loro compagni cosa fosse accaduto. Cominciarono accese discussioni su quello che Flaminino avrebbe detto.
Ha perso cos tanti uomini che di sicuro si arrender: non ha altra scelta.
Roma rinuncer ai suoi interessi in Grecia e le legioni si ritireranno.
Offrir un'alleanza al re, ne sono certo.
Il loro ottimismo era piacevole, ma Filippo sapeva che Flaminino non avrebbe offerto simili condizioni. La campagna era appena iniziata. Non ci sarebbe stato uno scontro, quella mattina, pens, eppure la lotta sarebbe stata pi aspra di quanto non fosse stata negli ultimi quaranta giorni.
La mattina seguente era splendida. Non c'era una singola nuvola nel cielo azzurro. Una brezza leggera e rinfrescante soffiava nella valle, proveniente dalla costa. Dai pendii coperti di vegetazione, le cicale non smettevano neanche per un attimo di frinire in coro. Un paio di gracchi corallini roteavano in aria, giocosi come bambini. Sui bastioni macedoni, i soldati osservavano il re e la sua scorta cavalcare verso le linee nemiche.
Filippo aveva in tutto e per tutto un aspetto regale. L'armatura era stata lucidata fino a brillare, le creste piumate dell'elmo rinnovate, e i sandali rimessi a nuovo. Con la barba pettinata e i capelli unti, montava il suo stallone tessalo preferito. In un gesto deliberato, aveva atteso per un po', prima di degnarsi di arrivare, dopo che Flaminino si era presentato al punto stabilito.
Io sono il re, pens, e tu soltanto il capo di un esercito di barbari.
Nonostante il disprezzo, era ansioso di incontrare l'uomo che desiderava tanto sconfiggerlo. Filippo era rimasto affascinato dalle informazioni che le sue spie gli avevano riportato sui ripetuti sforzi di Flaminino di diventare console, e sul suo amore per la storia e la cultura greca.
Flaminino aveva con s due guardie del corpo, come stabilito: uno era un cavaliere, l'altro un ufficiale superiore. I tre osservarono in silenzio l'avvicinamento di Filippo con due Compagni alle spalle. A una ventina di passi dal fiume, il re si ferm, fissando i Romani con uno sguardo altezzoso.
Re Filippo. Flaminino chin il capo.
Oh, che piacere, finalmente, vedere un minimo di rispetto, comment Filippo. Sembra una qualit mancante alla maggior parte dei Romani.
Mi dispiace per qualsiasi scortesia ti sia stata mostrata, dichiar Flaminino.
 una menzogna, tanto quanto se avessi detto di poter cacare dracme, pens Filippo. Vedo che parli greco.
S. Amo tutto ci che  ellenico, afferm Flaminino, senza alcuna traccia di ironia.
Cos ho sentito. Deliziato nel notare la sorpresa di Flaminino a quelle parole, Filippo continu: Invadere questa regione, tuttavia,  uno strano modo di mostrare questo tuo amore.
Sono soltanto il servo del Senato. Lui comanda e io eseguo gli ordini.
Questi barbari dovrebbero imparare a sembrare pi veritieri, mentre mentono in modo cos plateale, pens Filippo. Sono passati quaranta giorni di combattimenti, e non hai guadagnato un singolo stadio di terreno. Il morale dei tuoi uomini deve essere basso.
Gli occhi di Flaminino scintillarono. Combattono per Roma. La loro determinazione non ceder.
L'ho infastidito, decise Filippo. Bene. Dunque, vuoi trattare per la pace?
Sei tu quello che dovrebbe considerare simili decisioni.
Io sto bene, qui, e anche i miei soldati. Filippo indic i pendii ripidi della valle e il fiume che scorreva rapido. Con questo meraviglioso paesaggio,  difficile non sentirsi a casa. Se dovremo restare qui fin dopo il raccolto, lo faremo.
Non puoi difendere ogni strada che conduce in Macedonia, lo ammon Flaminino. Presto o tardi, le legioni raggiungeranno il tuo regno.
Ah!. Filippo fece un gesto noncurante, ma quella frecciata l'aveva colpito. I Romani non avrebbero perso determinazione per essere rimasti bloccati nel passo per mesi. L'anno dopo, Flaminino avrebbe potuto attaccare su due o tre fronti. Se lo far, pens Filippo con disprezzo, costruir difese anche l, come ho fatto qui. Una seconda estate accampato davanti alle mie fortificazioni, e la sua carriera andr a rotoli. Sconfigger il generale che verr dopo di lui, e quello dopo ancora. Per quanto fosse ardito, Filippo sapeva, tuttavia, che la possibilit che Flaminino gli aveva ricordato era vera.
Non  un'idea piacevole, vero?, continu il console, in tono di scherno.
Mi stavo godendo l'idea delle perdite che hai subto qui, ripetute nelle valli a nord, ment Filippo. Il Senato non ne sar contento; sarai sostituito, come Galba e Villio prima di te.
Flaminino strinse le labbra. Sono qui per proporti delle condizioni.
Filippo inarc un sopracciglio.
Le tue guarnigioni devono essere rimosse da tutte le citt greche. Dovrai concedere risarcimenti a chi ha ricevuto danni alle proprie terre da parte del tuo esercito: in particolare, Atene, Pergamo e Rodi.
Filippo era furioso, ma mantenne il volto inespressivo.
Chiach, chiach. Sopra di loro, i gracchi si scambiavano i loro richiami.
Deluso dalla mancata reazione del re, Flaminino continu: Qualsiasi altra disputa in cui sei coinvolto dovr essere aperta a un arbitrato con una terza parte concordata dalle due in questione.
Una terza parte che, di sicuro, chieder consiglio a te, pens Filippo. Avrebbe voluto chiedergli urlando cosa desse il diritto a Roma di intervenire in quelle regioni.
Si fissarono in silenzio.
Ebbene?, domand Flaminino. Il fastidio nel suo tono era evidente, adesso. Cosa mi rispondi?
Non striscer ai tuoi piedi come un cucciolo spaventato, decise Filippo. Eppure, per quanto amara fosse quella medicina, forse era preferibile inghiottirne un po'. Se avesse ceduto ad alcune delle richieste di Flaminino, per quanto fossero oltraggiose, Roma forse avrebbe messo fine alla guerra.
Rinuncer al controllo delle terre che ho conquistato personalmente. Quelle ereditate resteranno alla Macedonia, perch sono mie di diritto. Accetter la mediazione per le questioni tra me e i miei nemici, compresa la faccenda dei risarcimenti. L'arbitro sar una terza parte con cui nessuno di noi  in guerra.
Flaminino schiocc la lingua. Le aggressioni immotivate contro Atene, Pergamo e Rodi non necessitano di alcuna mediazione: sei stato tu a iniziare le ostilit, a conquistare i loro territori e a distruggere propriet che non ti appartenevano. Saranno loro a calcolare i danni e a chiederti l'adeguato risarcimento.
Molto bene, rispose Filippo, pensando che se quello era il prezzo della pace, poteva anche accettarlo.
Quanto alle citt greche che devono essere liberate, perch non cominciare da quelle della Tessaglia?, sugger Flaminino, con noncuranza.
Filippo rest in silenzio, sconvolto. La Tessaglia era sotto il controllo macedone da quando il suo omonimo, padre di Alessandro, aveva deposto il suo tiranno, pi di un secolo e mezzo prima. Rinunciarvi senza opporsi avrebbe fatto capire a qualsiasi citt-stato greca che era un leone senza denti. Impotente, un re senza orgoglio n onore.
No, ringhi Filippo.
No?
Mi hai sentito! Se queste sono le condizioni che offri a me, Flaminino, mi chiedo quali siano quelle che offriresti a un nemico sconfitto!.
Roma  clemente, nel permetterti di uscire da questo conflitto restando re della Macedonia.
La tua idea di clemenza  molto diversa dalla mia. Nonostante le sue migliori intenzioni, Filippo stava cedendo alla rabbia. Arrogante bastardo romano.
Flaminino avvamp in volto. Cos'hai detto?
Farti definire ellenofilo?, sbuff Filippo, furioso per l'audacia di Flaminino. Sei un barbaro, e non sei migliore dei puzzolenti Illiri e Dardani di cui ti sei circondato.
Flaminino imprec, e ordin al suo cavaliere di passargli una lancia.
Pensi di potermi colpire da l?, lo schern Filippo, pronto anche lui allo scontro. Port il cavallo sulla riva del fiume. Forza, fai del tuo meglio.
Con le dita strette sull'asta sino a sbiancare le nocche, Flaminino calcol la distanza. Dopo un attimo, tuttavia, scosse la testa con rabbia. Sarebbe uno spreco di una buona arma.
O meglio, saresti pi capace di colpire la porta di un granaio, esclam Filippo. Afferr la lancia leggera che gli offriva un Compagno. Invece, io....
Flaminino sussult, ma non si ritrasse. Avanti, tira.
Sar molto pi piacevole distruggere le tue legioni, sempre che tu riesca a lasciare questa valle. Filippo sogghign alla rabbia che contorceva i lineamenti di Flaminino, e gir il cavallo verso l'accampamento.
La battaglia verbale l'aveva vinta lui, decise il re, mentre tornava verso il bastione, e avrebbe vinto anche quella fisica. Reagendo alla sua provocazione, Flaminino gli aveva mostrato un varco nella sua armatura. Se l'avesse provocato nel modo giusto, sarebbe riuscito a fargli commettere errori. E se quegli errori fossero avvenuti nel luogo giusto, le legioni sarebbero state sconfitte.
Filippo ne era certo.

Capitolo 39.

Il sole stava sorgendo sulla valle dell'Aous, e Flaminino stava facendo colazione. Seduto sulla sedia pieghevole da campo del nonno nella sua tenda personale, osservava la tavola imbandita davanti a lui con soddisfazione. Aveva gi passato ore a occuparsi di scartoffie; ora aveva di fronte il suo pasto preferito della giornata. Il pane fresco profumava di buono come quello dei migliori fornai di Roma. Grosse olive, verdi e nere, facevano bella mostra di s, scintillanti nell'olio. Vari formaggi, bianchi, gialli, morbidi o stagionati, sembravano implorare di essere assaggiati. Delle uova sode formavano un cerchio ordinato su un piatto. Quel mago del suo cuoco era riuscito perfino a cucinare dei dolci al miele. Flaminino fece per prenderne uno, ricordando a se stesso di ringraziare il cuoco non appena lo avesse incontrato.
Un paio di bocconi e quel dolce delizioso spar. A Roma, sua moglie non gliene avrebbe mai concesso un altro, ma l, lontano dai suoi sguardi di disapprovazione, se ne godette un secondo. Ce n'erano altri tre, sul piatto: una vera tentazione, ma c'era fin troppo altro da assaggiare. Intinse un pezzo di pane nell'olio intorno alle olive, facendo attenzione a non farlo gocciolare sulla tunica immacolata, e ne prese un morso. D, quant'era buono, pens, provando in successione due diversi tipi di formaggio e poi un terzo.
Vacci piano, si disse, prendendo un lungo sorso di vino dal bicchiere azzurro decorato. Studi quel vino con uno sguardo d'affetto. Era cecubo, diluito come piaceva a lui. Un secondo sorso fu altrettanto piacevole. E cos fu anche il terzo, prima di tornare al formaggio e al pane. Continuava tuttavia a tornare con lo sguardo ai pasticcini al miele. Forse ne avrebbe tenuto uno da parte, per goderselo pi avanti nella mattinata. Oppure, l'avrebbe mangiato subito. Guardandosi in giro, d'istinto, come ad assicurarsi che sua moglie non lo vedesse, ne ingoi un terzo. Era divino, migliore di quelli che mangiava a Roma. Me li far preparare ogni giorno, decise. Un sorriso di soddisfazione gli sfior le labbra.
Esistevano cose peggiori che andare in guerra.
Le delizie culinarie non potevano tenere lontana la realt troppo a lungo, in ogni caso. I pensieri di Flaminino tornarono all'incontro burrascoso con Filippo, che era andato peggio di quanto avesse sperato. Non pensava certo che il re macedone avrebbe ceduto e accettato tutte le sue condizioni, ma non avrebbe neanche voluto che la faccenda degenerasse come aveva fatto. Nonostante il fallimento del suo esercito di conquistare il passo, era comunque in vantaggio, e il rifiuto di Filippo di accettarlo l'aveva ferito nell'orgoglio.
Lui sar pure un re, ma io sono console di Roma, pens. Sono la voce del Senato. Il braccio armato della sua potenza militare. Io sono il moderno Alessandro, non Filippo.
Quand' che Roma vincer?.
Flaminino riusciva gi a sentire quella domanda che veniva posta in Senato. Riusciva a vederla scritta in una lettera da Roma, in risposta al suo rapporto secondo il quale era rimasto per pi di quaranta giorni, quasi met della stagione della campagna militare, accampato in una stretta gola in un luogo sperduto dell'Epiro. I risultati erano di vitale importanza. E tutti gli sforzi che aveva fatto per diventare console sarebbero stati vanificati, se non avesse cominciato ad avere successo. Se non fosse riuscito a ottenere risultati, come era successo a Galba, alla fine il Senato l'avrebbe sostituito. E poi sarebbe stato rovinato dalle rivelazioni di Galba riguardo ai suoi loschi rapporti politici con gli emissari dell'Etolia, di Rodi e di Pergamo.
Flaminino augur a Galba una morte lenta e dolorosa, e non per la prima volta consider l'idea di farlo eliminare. Purtroppo, non valeva la pena di correre un simile rischio.
Se dovessi morire in modo inaspettato, che sembri naturale oppure no, i miei avvocati pubblicheranno ogni documento in mio possesso che porti il tuo nome, aveva dichiarato Galba, incombendo sul cadavere di Trace. Flaminino doveva convivere con l'accordo che aveva fatto, e quindi doveva costringere i Macedoni a sottomettersi, in un modo o nell'altro.
Alla fine di quella giornata, forse le legioni si sarebbero dimostrate in grado di superare le difese nemiche: Flaminino aveva ordinato un altro attacco con un gran numero di truppe. Ma non ci credeva molto. Quell'assalto doveva essere pi che altro un messaggio a Filippo, per fargli capire che la determinazione di Roma non si sarebbe affievolita, piuttosto che un tentativo per risalire la vallata. Il dilemma di Flaminino era triplice. Gli assalti diretti erano destinati a fallire. Spostare parte dell'esercito verso i passi a nord mentre lui marciava a sud-est poteva essere un'opzione, ma il tempo era contro di lui. E lo stesso valeva per l'idea di mandare truppe a unirsi al fratello Lucio sulla costa est.
Restava un mese e mezzo, prima del raccolto; continuare una campagna militare dopo quel limite era una scommessa giornaliera, e non era il modo per vincere una guerra. Inoltre, Filippo era molto abituato a dividere le proprie truppe, mandandole in direzioni diverse. Viaggiavano a gran velocit, quindi le forze pi piccole di Flaminino avrebbero rischiato di restare isolate.
Si sent assalire dalla frustrazione. Aveva bisogno di trovare un sentiero tra le montagne, l, eppure ogni tentativo di trovare gente locale a far loro da guida era fallito. Era come se fossero tutti scomparsi nel nulla, con tanto di famiglie e animali. C'era Filippo, dietro a quella storia, Flaminino ne era certo. Doveva essere cos.
Padrone?.
Riconoscendo la voce di Pasione, Flaminino trattenne a stento un gemito di fastidio. Come sempre, il dovere chiamava. Che succede?.
Il segretario si avvicin al tavolo; osserv per un attimo il cibo, migliore di quello che avrebbe mai potuto sperare di assaggiare, e poi spost lo sguardo su Flaminino. Un capotrib epirota vuole vederti, padrone.
Flaminino strinse le labbra. Per quanto fossero alleati dei Romani, gli Epiroti gli sembravano tutti dei barbuti e puzzolenti selvaggi vestiti di pelli di capra. Sembravano interessati solo a cacciare, bere e fottere. Decise che parlare con uno di loro a quell'ora del mattino era pi di quanto le sue narici potessero sopportare.
Mandalo via.
S, padrone. Pasione non sembr sorpreso.
La curiosit di Flaminino, tuttavia, ebbe la meglio. Cosa vuole?.
Per un attimo, i lineamenti di Pasione si contrassero per il fastidio. Non vuole dirlo a me, padrone. Ha detto che sono solo un miserabile segretario.
Maleducato, oltre che maleodorante, eh?
Cosa, padrone?
Niente. Flaminino prese un quarto pasticcino. Non dovrei, pens, ma erano troppo buoni per lasciarli l. E poi, altrimenti li avrebbe rubati Pasione. Oppure il cuoco.
Il segretario parl dall'ingresso della tenda: Si stava vantando con le guardie, padrone.
Flaminino drizz le orecchie. Continua.
Ha detto che sarebbe entrato in questa tenda povero e ne sarebbe uscito ricco.
Flaminino si spazzol via le briciole dalle labbra e si alz. Hai fatto bene a dirmelo, Pasione. Fallo entrare.
Certo, padrone. Il segretario spar.
Quel bruto potrebbe avere qualcosa di utile da raccontarmi, pens Flaminino, mentre il suo interesse cresceva.
Si lisci la tunica e controll di non avere altre briciole sul volto. Per non sembrare ansioso di incontrare l'Epirota, prese una pergamena a caso dai mucchi sulla scrivania e cominci a camminare avanti e indietro, fingendo di leggere.
Con permesso, padrone, annunci Pasione. Fermo sulla soglia, aveva qualcuno alle spalle.
Entra. Flaminino non abbass la pergamena.
Pasione era seguito da una figura asciutta dai lunghi capelli neri. Portava una giacca senza maniche di pelle di pecora legata all'altezza della vita; al di sotto, indossava una tunica. Dei semplici calzari di cuoio gli coprivano i piedi. Due foderi vuoti, uno di un coltello e il secondo di una spada, dimostravano che le guardie di Flaminino erano attente. Con i lineamenti affilati e gli occhi di un lupo affamato, il capotrib non sarebbe potuto sembrare pi infido di cos neanche se avesse voluto.
Padrone, lui  Carope, un capo locale. Pasione chin il capo e si fece da parte.
Flaminino rest in silenzio. Aveva sentito parlare di lui: quell'uomo aveva servito Villio molto bene, a quanto sembrava. Non che, per questo, ci si potesse fidare di lui.
Carope si inchin. Ti ringrazio per questa udienza, console.
Parla male il latino, pens Flaminino. Tipico. Hai delle informazioni interessanti da darmi?
S, console. Il sorriso di Carope mostr le sue gengive arrossate.
Flaminino distolse lo sguardo e rest in silenzio. Non gli dir di proseguire, dovessi rovinarmi con le mie mani, pens.
Gli occhi di Carope, senza che Flaminino lo notasse, andarono alla tavola imbandita. Una splendida colazione.
Gi, replic Flaminino, caustico.
Cos' quello?. Carope stava indicando l'ultimo pasticcino rimasto.
Un pasticcino fatto di farina e miele, spieg Flaminino, sempre pi irritato.
Pasticcino. Posso averlo?. Carope gi avanzava verso il tavolo.
Penso di s. Di di sopra e di sotto, pens Flaminino. Ora mi chieder di sedersi sulla mia sedia.
Carope mangi a bocca aperta e con grande entusiasmo. Schiocc le labbra, una volta finito. Buono. Ce ne sono altri?
No. Flaminino aveva un tono gelido, ora; ed era ben contento di aver lasciato un solo pasticcino.
Carope grugn e si serv diversi pezzi di formaggio.
Non ti ho invitato qui per mangiare, scatt Flaminino. Dimmi perch sei venuto o ti faccio buttare fuori.
Carope si pul la bocca con il dorso della mano e rutt. Voglio un piatto di quei... come si chiamano? Pasticcini.
A quel punto, se Flaminino avesse avuto davanti un Romano, l'avrebbe fatto cacciare dalla tenda e frustare. Ma era chiaro che Carope avesse, o credesse di avere, informazioni di grande importanza. Prendendo un lungo e profondo respiro, Flaminino rispose: Se il nostro incontro andr bene, ne avrai quanti ne vuoi.
Carope ripet quell'orribile ghigno. I tuoi soldati combattono di nuovo, oggi.
S, esatto. Se tendeva le orecchie, Flaminino riusciva a sentire il clangore delle armi, dall'estremit della vallata.
Perdono.
Flaminino strinse i denti. Forse. O forse no.
Perdono. Le difese sono alte. Forti. I Macedoni amano il loro re. Combattono per la loro patria.
Alla fine supereremo quelle difese. Ma non quest'anno, se qualcosa non cambia, pens.
L'espressione di Carope si fece astuta. C' un sentiero. Tra le montagne.
Ce ne sono molti, ribatt Flaminino, con noncuranza.
Io ho un pastore. Sa come aggirare i Macedoni.
Flaminino si avvicin abbastanza da avvertire il fiato fetido di Carope. Dov' questo pastore?
In un posto sicuro.
Portalo qui.
Voglio argento. Il tono di Carope non era pi per niente amichevole.
Se il pastore sapr fare davvero quello che hai detto, sarai ricompensato, non temere, dichiar Flaminino.
Argento. Cinquecento monete.
Flaminino serr i pugni sulla giacca sporca di Carope e lo stratton avanti, fissandolo dritto negli occhi. L'odore nauseabondo del suo alito port la rabbia del console oltre nuovi limiti. Pensi forse di dettare condizioni a un console di Roma, feccia che non sei altro? Mi porterai questo pastore, o far crocifiggere tutta la tua famiglia. Siamo intesi?
S. Per la prima volta, il timore si stamp sul volto di Carope. S, lo porto.
E subito. Flaminino spinse via l'uomo e lo fiss con disgusto. Quell'uomo doveva mangiare con quella giacca addosso, e sembrava ci si fosse anche soffiato il naso dentro. Pasione, porta una ciotola d'acqua e un panno.
A dire il vero, non era preoccupato per le mani sporche: se il pastore di Carope avesse davvero saputo trovare quel sentiero, non avrebbe pi avuto una preoccupazione al mondo. E l'Epirota avrebbe potuto mangiare pasticcini ogni mattina per il resto dei suoi giorni, a parte le cinquecento monete d'argento che aveva chiesto.
Un sentiero tra le montagne avrebbe permesso a un gruppo dei suoi soldati di aggirare l'esercito di Filippo. Dei segnali di fumo gli avrebbero fatto capire che erano in posizione, e a quel punto avrebbe potuto attirare i Macedoni sulle fortificazioni con un finto assalto, permettendo ai suoi alle spalle del nemico di attaccare. Era l'opportunit che aveva atteso per tutta l'estate.
Padrone. Questo era Pasione. C' una sentinella, qui.
Immerso nei suoi pensieri, Flaminino non aveva notato il legionario dietro di lui. Parla.
Il princeps, un uomo dall'aria affidabile, gli rivolse il saluto. C' un centurione, Pullone, che vuole vederti, signore. Dice che ha una possibile guida attraverso le montagne.
Il sorriso di Flaminino si allarg. Non una sola guida, ma ben due! Gli di vogliono davvero favorirmi, oggi, pens. Fallo entrare.
S, signore. Il princeps si gir e svan da dove era venuto.
Filippo, maledetto bastardo, mormor Flaminino, con immensa soddisfazione. Ti ho in pugno, ora.

Capitolo 40.

Una marea di fanteria alleata marciava verso le fortificazioni macedoni. Demetrio, in cima ai bastioni con i suoi amici, nel punto che ormai consideravano il loro, non riusciva capire perch Flaminino volesse far morire altri uomini. Certo, erano solo alleati, non legionari, ma i soldati erano comunque soldati. Ogni cadavere l sotto era un nemico di Filippo in meno da combattere. Questo non sembrava importare a Flaminino; dal numero di soldati che stavano marciando verso di loro, quell'assalto sarebbe stato grosso.
Lo sconto cominci come sempre, con l'artiglieria che massacrava i nemici. Demetrio pens che fosse strano non vedere la fanteria nemica in rotta, come era successo altre volte, ma non ebbe il tempo di pensarci, perch i primi uomini si stavano gi gettando nei fossati. Lui e i suoi amici combattevano in un silenzio cupo e determinato, parlando solo quando avevano bisogno dell'aiuto reciproco per buttare gi una scala. Filippo, il falangista che da un po' di tempo si era unito a loro sui bastioni, invece era un combattente rumoroso. Lanciava un violento ruggito ogni volta che eliminava un nemico, e rideva quando le scale cadevano di lato, facendo precipitare i legionari.
Mentre le truppe alleate cominciavano a vacillare, un'ondata di hastati prese ad avanzare. Ma che ha in mente Flaminino?, esclam Demetrio.
Quello stronzo pensa che gli alleati reggeranno, se vedranno i legionari arrivare in loro aiuto. Cimone sput oltre il bastione, per far capire cosa ne pensava di quella tattica.
L'attacco fallir comunque, dichiar Antileone. Flaminino ha troppi uomini, se li spreca con tanta noncuranza.
Non poteva essere cos semplice, pens Demetrio. Stava succedendo qualcosa, ma non riusciva a capire cosa. Si sporse in avanti, uccidendo il primo uomo su una scala con un preciso affondo. Schivando il corpo del compagno in caduta libera, il secondo soldato si ritrasse, dando il tempo a Demetrio di spingere la scala verso destra, sbilanciandola. Un urlo disperato si lev verso di lui; non se ne cur.
Qualcosa lo port a guardarsi alle spalle, verso la vallata. Un freddo terrore gli afferr le viscere. Due fili di fumo si sollevavano dal pendio coperto di alberi, alla sua sinistra. A poca distanza dall'accampamento, non potevano che essere segnali nemici, non c'era altra spiegazione. In qualche modo, i Romani erano riusciti ad aggirare l'accampamento. Guardate, borbott.
Nessuno risposte.
Cimone, Antileone, dannazione, guardate laggi! Filippo!, url il giovane.
Gli amici obbedirono. E anche Filippo. Demetrio non ebbe bisogno di dire nulla. Imprecarono tutti, pi volte.
Che facciamo?, domand Cimone.
Si torna alla speira, disse Demetrio. Gli uomini, qui, non avranno alcuna speranza di fuggire. L'unica possibilit  con la falange.
Antileone fece per ribattere, ma Filippo lo interruppe. Ha ragione.
E cos, fu deciso. Mettendosi gli aspidi in spalla, corsero gi dalla scala pi vicina. I peltasti erano troppo impegnati a combattere per vederli andar via.
In quel poco tempo che serv ai quattro per raggiungere la loro speira, il caos era gi esploso nell'accampamento. Centinaia di legionari si stavano riversando gi dal pendio boscoso sul lato della valle. Molti dei soldati di Filippo non erano armati - pi di quaranta giorni prima, si era capito che gli attacchi romani avrebbero fallito, perci non c'era bisogno che tutti fossero sempre pronti a combattere - e questo rendeva la confusione ancora pi sconvolgente. Gli uomini correvano ad armarsi, mentre gli ufficiali urlavano loro di fare pi in fretta.
Simonide aveva gi messo in fila i falangisti, davanti al bastione. Salut l'arrivo dei quattro con un sopracciglio sollevato e ordin loro di unirsi ai compagni. Demetrio si sistem nella sua posizione, con un cenno di saluto verso Zotico. Anche il resto della speira era in formazione. Stefano, l'uomo che aveva sostituito Critone, era davanti ai suoi uomini, con un'espressione determinata sul volto. Demetrio ricord il suo vecchio comandante. Sia lui che Eraclide erano cibo per vermi, ormai. Come forse lo sarebbero stati anche loro, tra poco.
Non sar facile, stavolta, fratelli, grid Stefano. Quando i peltasti capiranno cosa sta succedendo, scenderanno da quel terrapieno come ratti in fuga da una nave che affonda. E poi, le cose andranno al Tartaro, e molto velocemente. Molti di noi moriranno, nella prossima ora, con tutta probabilit, ma noi non cederemo. C' una missione da compiere.
A parte morire?, chiese Filippo.
Molti risero, e Stefano sogghign. S, a parte quello. Dobbiamo trattenere i Romani, in modo che i nostri compagni possano fuggire. Sollev una mano, sentendo gli uomini mormorare, cupi. S, so che abbiamo i barbari davanti e alle spalle. Due chiliarchie si metteranno in formazione, una rivolta al bastione e l'altra verso l'imbocco della valle.
Dove sono le altre chiliarchie?, chiese qualcuno.
Il re ha ordinato a tutti, tranne noi, di ritirarsi: non c' spazio per schierarsi. L'onore di trattenere i barbari  stato lasciato a noi, rispose Stefano, in tono orgoglioso.
Quanto a lungo dovremo combattere?, chiese una voce, e a Demetrio parve fosse quella di Empedocle.
Finch lo dico io, dannazione, ecco fino a quando!, rugg Stefano.
Un uomo deve pur morire, prima o poi, comment Filippo, scoppiando in quella sua solita e potente risata di pancia.
Qualcuno ridacchi, ma la maggior parte dei soldati rest in silenzio. Nessuno, tuttavia, si mosse dalla propria posizione. Tutti obbedirono, mentre le quattro speirai si allargavano, lasciando degli spazi vuoti per permettere ai soldati in ritirata di passare e correre su per la vallata. La seconda chiliarchia stava facendo lo stesso, ma rivolta nella direzione opposta.
Demetrio pens che il suggerimento di Stefano fosse folle, ma non poteva abbandonare i suoi compagni. Lanci uno sguardo agli uomini alle sue spalle, e vide volti impassibili o nervosi ma risoluti. Serr la mascella. Erano l tutti insieme, nel bene e nel male.
La loro posizione permetteva di osservare con facilit le fortificazioni; Demetrio guard con affascinato orrore i primi peltasti che scendevano per fuggire, ancora con scudo e lancia in mano. Ci che segu fu terribile e inevitabile insieme. Ben presto, negli spazi vuoti lasciati dai soldati in fuga comparvero delle scale, e poco dopo degli hastati salirono sulla passerella. I difensori rimasti cominciarono a subire gravi perdite; fu abbastanza per determinare la fuga dei meno coraggiosi tra loro, che gettarono le armi e scapparono. Non molto dopo, la calca alle scale dei bastioni divenne tale che gli uomini cominciarono a gettarsi gi, incuranti dell'altezza.
I volti dei successivi peltasti che passarono accanto a Demetrio e ai suoi compagni erano terrorizzati, nel panico; alcuni piangevano, perfino. Nessuno guardava la massa di falangisti pronti a combattere. Era strano, ma la loro paura, il loro frenetico desiderio di fuggire, non fecero che rendere Demetrio ancora pi determinato. Aveva sentito del massacro che si verificava quando i soldati fuggivano. Lui e i suoi compagni dovevano trattenere il nemico, se non volevano che tutto l'esercito fosse distrutto.
La prova cominci poco dopo, quando i primi hastati scesero le scale delle fortificazioni. Forse in cinquanta, caricarono in una massa disorganizzata verso il vuoto tra la speira di Demetrio e la successiva. Un ordine urlato dai due comandanti fece spostare le due speirai l'una verso l'altra, richiudendo lo spazio. Gli hastati vacillarono e poi, ebbri per la sete di sangue, li caricarono. Morirono tutti, impalati sulle letali sarisse.
I centurioni furono rapidi a ristabilire la disciplina, facendo schierare gli uomini alla base delle scale. Riorganizzati, i nemici avanzarono in un'enorme linea, come avevano fatto tante volte nei precedenti quaranta giorni.
Stefano cominci a cantare il Peana. Demetrio fece lo stesso; era un modo per dare voce alla paura, al rifiuto di ritirarsi, e, se si fosse arrivati a quello, all'accettazione della morte. Era l'emozione che provavano tutti. Le voci dei falangisti si levarono verso il cielo, in un crescendo di ribellione che fren l'avanzata dei Romani. Infuriati, i centurioni urlarono e minacciarono i loro uomini, finch gli hastati non cominciarono a spostarsi di nuovo in avanti. Ma erano meno sicuri di prima, e Demetrio non si sorprese di vedere la loro carica fermarsi prima delle punte delle sarisse.
Codardi!, rugg Stefano.
Un centurione in prima linea punt la spada contro i falangisti e url qualcosa. Mosse un paio di passi avanti; qualcuno lo segu, ma un attimo dopo un falangista delle prime file scatt avanti con la sarissa. L'affondo fu perfetto, e infilz il centurione alla gola. Soffocando nel suo stesso sangue, l'uomo croll, e i falangisti esultarono. Gli hastati restarono bloccati sul posto, e quando la speira avanz, si ritrassero. Serv l'arrivo di un altro centurione che cominci a colpire gli uomini con il piatto della spada, per farli attaccare, ma era evidente che fossero impauriti. Morirono a dozzine, incapaci di avvicinarsi ai falangisti che li coprivano di insulti.
La notizia del loro successo arriv fino in fondo alla fila. Demetrio esult, ma Zotico plac subito il suo entusiasmo.
Non durer.  impossibile.
Diventeranno troppi, borbott Demetrio, lanciando uno sguardo sopra le teste degli uomini davanti a lui e vedendo un'ondata di principes che superava le difese. Dopo di loro sarebbero venuti i letali triari, pens.
Gi. Possiamo usare il lato della valle e il fiume come protezione per non farci circondare, ma, presto o tardi, qualche centurione intelligente guider i suoi uomini tra gli alberi, o dentro l'acqua. Zotico sospir. E quando ci avranno accerchiato, saremo come un topo finito in un calderone. Fottuti.
I comandanti delle speirai erano altrettanto consapevoli di quel pericolo, e in un altro momento di tregua, si inviarono dei messaggeri. Non molto dopo, le due chiliarchie si mossero, goffamente ma senza rompere la formazione, pi su lungo la vallata. Fu pi difficile per quelli rivolti verso le difese, compresa la speira di Stefano, perch dovettero camminare all'indietro. I Romani li seguirono a distanza di sicurezza, aspettando, e Demetrio lo cap con orrore, che i falangisti entrassero nell'accampamento e dovessero aggirare tende e fal.
Dovremo rompere la formazione, annunci il capo del quarto di fila. A meno che Stefano non dia un ordine diverso, ci muoveremo in quarti di file, quando ve lo dir.
A Demetrio quell'idea piaceva poco, ma aveva visto i peltasti disorganizzati falciati come grano maturo dai legionari che li inseguivano. Restare uniti garantiva pi possibilit di sopravvivere. E le sarisse?, domand a Zotico.
Perdila a tuo rischio e pericolo, rispose lui. Questa non sar l'unica battaglia che dovremo affrontare.
Cercando di ignorare la sensazione che, una volta divisi, sarebbero stati macellati come agnelli, Demetrio annu.
Tutto accadde molto in fretta. Un gruppo di principes guidato da un optio con un elmo dalla cresta nera usc dagli alberi alla loro destra. La fila di Demetrio era all'interno di tre rispetto al fianco destro della speira; lui e i suoi compagni non poterono fare altro che urlare un avvertimento. Gli uomini all'esterno fecero del loro meglio per girarsi verso il nemico, ma l'astuto optio aveva gi disposto i suoi uomini in un piccolo cuneo. Si lanciarono contro la speira, uccidendo i falangisti che non li fronteggiavano.
Il capo del quarto di fila di Demetrio non attese oltre. Spezzate la fila!, rugg. Giratevi e seguitemi!.
Dovremmo restare a combattere, protest Demetrio.
Abbiamo fatto quello che potevamo, qui, ringhi Zotico. Se vuoi vivere, corri!.
Demetrio e Cimone si misero gli aspidi in spalla, abbassarono le sarisse e seguirono gli altri. Il capo del quarto di fila era dietro di loro. Demetrio si sent pieno di gioia quando, guardandosi alle spalle, vide Antileone e gli altri che li seguivano.
L'attacco proveniente dagli alberi fu in realt una benedizione; disperdendosi, i falangisti si erano lasciati indietro il corpo principale dei legionari passati oltre le fortificazioni. Una volta superato il campo, il sentiero verso l'uscita della valle, almeno, non era bloccato dai Romani. Era per pieno di falangisti e altri soldati, e ben presto i compagni furono costretti a rallentare il passo. Fu un sollievo, perch era molto difficile correre con la sarissa in mano, oltre che pericoloso.
Dopo forse cinque stadi, si fermarono a riposare. Demetrio si guard alle spalle verso la posizione che avevano mantenuto per quasi un mese e mezzo. Il terreno pianeggiante oltre le mura brulicava di legionari, e altri ne stavano comparendo oltre le difese. Il rumore ripetitivo delle asce faceva capire che presto le fortificazioni sarebbero crollate, permettendo all'intero esercito di Flaminino di passare.
Che disastro, mugugn Cimone, in tono amaro.
Perlomeno, siamo vivi, comment Demetrio.
Grazie a noi, gran parte dell'esercito  riuscita a fuggire, intervenne Zotico. Dovremmo esserne fieri.
A Demetrio sembr una ben magra vittoria.

Capitolo 41.

Tessaglia, Grecia centrale, estate del 198 a.C.

Filippo era uscito a cavallo dall'accampamento per controllare il terreno. Sebbene fosse piacevole aver raggiunto la piana della Tessaglia, che si estendeva a sud e a est davanti a lui, gi gli mancava la temperatura pi fresca delle montagne. Ondate di calore asfissiante si sollevavano dal terreno secco, spaccato dal sole in diversi punti. Campi dorati di grano, orzo, spelta e miglio si estendevano a distanza.
Delle povere fattorie punteggiavano il territorio, qua e l; tetti di tegole rosse segnalavano le case pi ricche. Una piccola figura conduceva un carro tirato da un mulo su per un sentiero sterrato, un'altra controllava un gregge di pecore e capre. Alle spalle di Filippo, in un ampio semicerchio, c'erano le alte montagne coperte di foreste che proteggevano i confini della Tessaglia a nord e a ovest. Era da quelle montagne che lui e il suo esercito erano marciati gi nel pomeriggio. Erano passati dieci giorni dalla sconfitta nella valle dell'Aous.
Davanti a lui, in posizione difensiva tra una collina e il fiume Litaio, c'era la citt di Trikka. Era molto probabile che Flaminino arrivasse presto in quel luogo.
Le possibilit di fronte a Filippo non erano semplici. Le necessit delle legioni erano le stesse delle sue truppe. Se avesse lasciato in pace le citt della Tessaglia, avrebbe lasciato a Flaminino quantit incommensurabili di provviste. Se avesse saccheggiato e bruciato gli insediamenti, dando fuoco ai raccolti nei campi, avrebbe privato il nemico di provviste fondamentali, rendendo molto pi pericolosa l'avanzata di Flaminino. Tuttavia, Filippo non voleva distruggere il suo regno. Gli abitanti di Trikka erano suoi sudditi, e l'idea di costringerli a fuggire dalle loro case prima di radere al suolo la citt lo ripugnava.
Si sent afferrare dalla frustrazione. Doveva decidere cosa fare, se non subito, nel giro di pochi giorni. Le legioni erano in marcia, sicuro come la morte. Lanci uno sguardo amareggiato al cielo, da dove gli di lo guardavano, e senza dubbio ridevano di lui. Loro sapevano fin dal principio che il suo rifiuto delle condizioni di Flaminino era stato inutile. Dopo pochi giorni, stava comunque cedendo la Tessaglia al nemico.
Trikka era cara a Filippo. Luogo di nascita del dio della guarigione Asclepio, il suo complesso di templi era venerato sia dai Greci che dai Macedoni. L'aveva visitato una volta da fanciullo, in uno dei rari viaggi con il patrigno Antigono Dosone. Avevano dormito nel tempio per diverse notti, insieme ad altri pellegrini, e ogni mattina avevano raccontato ai sacerdoti i loro sogni. Filippo ricordava di essersi svegliato nel buio e di aver visto i raggi della luna entrare dalla finestra aperta e illuminare il pavimento a mosaico, dove aveva visto due serpenti intrecciati insieme. Se fossero stati messi l dai sacerdoti, come il patrigno gli aveva spiegato pi avanti, o se fossero stati inviati dal dio, lui non l'aveva mai saputo con certezza. Quell'immagine ancora gli provocava la pelle d'oca sulle braccia, quando ci pensava.
Non posso bruciare Trikka, decise. Dovrei farlo, ma non lo far.
Avrebbe dovuto distruggere molte altre citt. Non aveva scelta. L'ammonimento di Antigono torn a tormentarlo ancora una volta: Alcuni aspetti della regalit ti piaceranno: guidare l'esercito in battaglia; sconfiggere i nemici; accettare la lealt di nuovi sudditi e ricompensare chi ti  fedele. Ma altri saranno pi difficili, o perfino spiacevoli: non poter mai mettere da parte le responsabilit. Far giustiziare chi un tempo era tuo amico o alleato. Ordinare ai tuoi soldati di massacrare tutti gli abitanti di un villaggio che ti ha sfidato.
Uccidere trenta pastori innocenti, pens Filippo, cupo, serrando le dita sulle redini. I Romani non avranno la Tessaglia, ringhi. La brucer, piuttosto.
Maest. In mezzo al clamore, alle urla e alle grida, sent la voce di un Compagno.
Filippo si concentr. L'uomo era in sella al suo cavallo, a una decina di passi di distanza. Era coperto di fuliggine da capo a piedi, e aveva il braccio destro macchiato di sangue. Filippo non os chiedergli da dove venisse: lo sapeva, e bast il pensiero a rivoltargli lo stomaco.
Che c'?
La maggior parte degli abitanti se ne sta andando, maest, ma alcuni si rifiutano di farlo. Il Compagno sembrava turbato. Per la maggior parte, sono vecchi o infermi. Preferiscono morire che lasciare le loro case, o cos dicono. Cosa dobbiamo fare?.
Filippo mantenne un'espressione impassibile, ma dentro stava vacillando. Guard verso l'alto, quasi aspettandosi di vedere Ares, il dio della guerra assetato di sangue, ridere di lui mentre guidava il suo carro, in compagnia dei figli, Phobos e Deimos, al suo fianco. Non vide altro che colonne di fumo che si alzavano dalla citt di Phacium, davanti a lui. Alcune delle case erano gi in fiamme, pens.
Portami da loro.
Maest?. Il Compagno sembr sorpreso.
Portami da tutti coloro che non vogliono lasciare le loro case. Filippo spron il cavallo verso le porte della citt, costringendo le sue guardie del corpo, una dozzina di Compagni allarmati, a seguirlo.
Phacium non era una grande citt. All'interno delle sue mura di pietra abitavano forse duemila anime, con altre cinquecento circa nelle campagne circostanti. Met della popolazione aveva obbedito all'ordine di Filippo di abbandonare le case, ma il resto era rimasto, sperando che non fosse vero. Era stato un risveglio spiacevole, il loro, quella mattina, quando le sue truppe erano entrate nell'insediamento, bussando alle porte e scacciando tutti con la forza.
Ora, l'esodo era in pieno corso. Famiglie, singoli e coppie, intenti a trasportare i loro averi e seguiti da servitori e schiavi ancora pi carichi di loro, riempivano la strada che portava fuori dalle porte di Phacium, un arco sormontato da una sezione di bastioni ornati di merli. Cercare di farsi strada tra quella folla era come tentare di risalire la corrente di un fiume; Filippo dovette ben presto alzare la voce, e poi il pugno. Qualcuno pens di rispondergli per le rime, o perfino di bloccargli la strada. Ma poi capirono chi era e si scostarono, soffocando le proteste in gola.
Lanci uno sguardo gelido ai Compagni, costringendoli a restare indietro. Nessuno mi attaccher, qui, pens Filippo, e se non riesco a difendermi da solo da un civile, non merito di essere un re. Non riusc a evitare di pensare a Pirro, in quel momento. Abile generale dell'Epiro e famoso mercenario, non era morto per un colpo di spada, ma per una tegola lanciata da una donna in una citt come quella.
Questa  una delle case, maest. Il Compagno indic una casupola diroccata, la cui porta pendeva da un solo cardine. Delle galline razzolavano nella polvere, e fuggirono in casa quando i cavalli si avvicinarono. Un gatto bianco e nero dagli occhi purulenti li fiss malevolo dal singolo davanzale.
Salve, salut Filippo.
Non ci fu risposta.
Il Compagno colp la porta con la punta della lancia, rischiando di scardinarla del tutto. Vieni fuori! Il tuo re  qui.
Silenzio.
Il Compagno si incup. Smont da cavallo e fece per entrare nella stamberga.
Qualcuno, all'interno, si mosse. Una gallina schizz fuori, seguita da un secondo gattaccio con un solo orecchio. Chi ?, borbott una voce tremante.
Sono Filippo di Macedonia.
Una risata gracchiante. Il re?
S, rispose Filippo, costringendosi a restare calmo. Vieni fuori, cos potremo parlare.
Una vecchia scalza e vestita di stracci comparve sulla soglia. Con i suoi sottili capelli grigi e un volto pi segnato di una pergamena spiegazzata, doveva aver visto almeno settanta estati. Gli occhi cisposi osservarono Filippo con una strana intensit. Mi sembri un re, s.
La donna non gli doveva niente: non era un cortigiano in cerca di favori, non era quel leccapiedi di Eraclide, pens Filippo con piacere, eppure riconosceva la sua regalit. Come ti chiami?
Briseide.
Era il nome di una delle regine di Troia. I Compagni ridacchiarono, divertiti. Filippo li fulmin con lo sguardo, e loro distolsero gli occhi. Torn a rivolgersi a Briseide. Per avere quel nome, dovevi essere bellissima agli occhi di tuo padre.
Lei sollev il mento. S, lo ero. Ma non ho mai trovato marito. Apr la mano destra, poco pi di una manciata di sterpi contorti in fondo al polso.
Filippo avvert, pi che vedere il disgusto dei Compagni. La donna aveva una deformit inguardabile, pens, ma non sembrava malvagia, o maledetta dagli di. Tuo padre ti amava molto.
La maggior parte dei genitori esponevano i bambini deformi, lasciandoli morire all'aperto. Era considerato di cattivo auspicio non farlo. Aver cresciuto Briseide significava che i suoi genitori, e in particolare suo padre, dovevano essere stati molto coraggiosi.
S, mi amava molto. Il volto di Briseide si perse nei ricordi. Mi sono presa cura di lui, nella vecchiaia.
Il fumo riemp le narici di Filippo: altri edifici erano in fiamme. Devo chiederti di prendere le cose a cui tieni e andare verso le porte della citt. I miei soldati la stanno bruciando.
Perch mai dovrei andare? Il mio posto  qui; mia madre e mio padre sono sepolti fuori dalle mura. E presto mi riunir a loro.
Non abbiamo tempo, maest, disse il Compagno. Devo occuparmi degli altri che non vogliono andarsene?
S. Ma non fare loro del male. Prometti a tutti che saranno aiutati, per ordine del re.
Mentre il Compagno si allontanava, Briseide si avvicin a qualche passo dal cavallo di Filippo. Tu tieni ai tuoi sudditi.
Mi dispiace dover distruggere le loro case, ma non ho scelta. I Romani arriveranno presto, e prenderanno ogni cosa con la forza. Nessuna donna sar al sicuro, neanche un'anziana come te.
Un lampo di luce scintill sulla lama che Briseide aveva tirato fuori in un attimo dalle profondit del vestito. Filippo si irrigid. I suoi Compagni puntarono le lance. Ma lei scoppi in una risata gracchiante. Non  per te, mio re. Qualsiasi Romano provi a sollevarmi le gonne si prender questo nel collo.
Fa' come ti dico, e nessun Romano ti minaccer, promise Filippo. Dei soldati ti scorteranno in Macedonia, al sicuro.
Correr i miei rischi. Briseide si ritir nella casa.
Se resti qui, brucerai!, esclam Filippo.
Sembri un brav'uomo, mio re. Meglio che sia tu a governare sulla Tessaglia, che Roma. Che gli di ti benedicano. La donna si inchin e spar all'interno della casupola.
Filippo non sapeva cosa dire. Rest l, in sella al suo cavallo, mentre intorno a lui l'aria si riempiva del crepitio delle fiamme e degli schianti delle assi che crollavano.
Maest, dobbiamo andare, lo esort il pi alto in grado tra i Compagni. Qui non  sicuro.
S.
Devo mandare un uomo all'interno a prendere la vecchia, maest?
No.
Briseide aveva ragione a rimanere, pens Filippo. All'interno delle mura di Phacium aveva ancora una vita. All'esterno, non ne avrebbe avuta alcuna.
Il Compagno non protest. Ordinando a due uomini di andare avanti e a un altro di cavalcare alla sinistra di Filippo, si posizion alla destra del re. Con il tuo permesso, maest.
Filippo annu.
Si mossero.
Il re aveva visto molte cose brutte, nel corso della vita. Uomini uccisi sui campi di battaglia, ridotti ad ammassi brulicanti di vermi e con un fetore che si sentiva da cinque stadi di distanza. Cadaveri divorati dagli animali selvatici, con le ossa spolpate, gli occhi mangiati, senza pi neanche un tendine. Criminali gettati dall'alto, con i corpi ridotti a orribili mucchi di membra piegate ad angolazioni innaturali e il cranio spezzato. Aveva visto morti nei mari e nei fiumi, fuori da mura di citt e in luoghi sacri. E aveva ordinato molte di quelle morti, e aveva inviato migliaia di uomini a morire in battaglia. Nei giorni e nei mesi a seguire, ne avrebbe visti molti altri.
Ma nessuno l'avrebbe tormentato pi di Briseide.

Capitolo 42.

Fuori da Faloria, Tessaglia occidentale.

Pi di un mese era passato dalla battaglia dell'Aous. Era met estate, e la mancanza di nuvole presagiva un'altra giornata soffocante. Insieme con centinaia di altri legionari, Felice, Antonio e i loro compagni aspettavano di avanzare su Faloria, la prima citt di dimensioni importanti che avevano visto da quando avevano superato il confine della Tessaglia.
Dopo la vittoria su Filippo, tutto era andato bene. Invece di inseguire il nemico, erano stati in Epiro, dove Flaminino aveva stretto alleanze con le trib e comprato enormi quantit di provviste per l'esercito. A nessuno era dispiaciuto, men che meno a Felice e ai suoi compagni. Le pattuglie nelle campagne alleate, accompagnando carri carichi di grano, erano noiose, ma molto migliori di dover rischiare la vita in battaglia. Eppure, restare in Epiro non avrebbe portato loro una vittoria su Filippo, n arricchito i due fratelli. Erano l per vincere una guerra, pens Felice, e prima fosse accaduto, tanto meglio sarebbe stato. Faloria non era altro che il prossimo ostacolo da superare.
La citt, che occupava il pendio di una valle rivolta a sud-est, possedeva una forte guarnigione. Si diceva che Filippo avesse aumentato le truppe locali con altri duemila dei suoi uomini. Avrebbero potuto aggirarla, ma Flaminino non aveva intenzione di lasciare l'esercito esposto a un attacco alle spalle. La sera prima era arrivato l'ordine di prendere il luogo con la forza. Come ad Antipatrea, la risposta di Pullone era stata di far costruire ai suoi uomini delle scale con i tronchi degli alberi tagliati sui pendii sopra di loro.
Dovreste ormai essere degli esperti, in questo, vermi, aveva ringhiato, mentre, sudando, i principes usavano asce, seghe e accette sotto il sole cocente. Pi veloci!.
Felice osserv la peggiore delle sue vesciche, un cerchio rosso di carne viva dove il pollice destro incontrava la mano, causato da ore passate a stringere attrezzi. Se fosse uscito dallo scontro imminente solo con quella ferita, sarebbe stato grato di sentire il bruciore costante che gli provocava.
Quando comincer, chiese Narciso, con la sua voce nasale.
Era la domanda che tutti si stavano ponendo, ma Felice era stanco del suo compagno egocentrico. Per tutto il tempo in cui avevano aspettato, almeno un'ora, non aveva fatto altro che raccontare di come i suoi genitori si fossero conosciuti, fossero stati separati e poi si fossero ritrovati grazie al favore degli di. La storia non era ancora finita. Felice gli lanci un'occhiataccia.
La vedi l'artiglieria? Quando cominceranno a lanciare, comincer. Quando avranno finito, le truppe alleate andranno avanti. Se non ce la faranno, avremo l'ordine di marciare con gli hastati.  chiaro?.

Tutti ridacchiarono, tranne Narciso. Molto divertente, borbott, sbuffando.
Hai fatto una domanda. E io ti ho risposto. Felice ferm lo sguardo sulle baliste, portate a duecento passi dalle difese di Faloria. Per trovare l'angolazione giusta, ogni macchinario aveva lanciato una serie di dardi. Ai primi tentativi, finiti senza danni contro le mura di pietra o troppo corti, erano seguiti urla e insulti da parte dei difensori. Ma erano stati zittiti dai successivi lanci, che avevano causato diverse perdite sui bastioni, e, dalle urla soffocate oltre le mura, anche in citt.
Gli artiglieri erano pronti, ora, con le armi cariche e gli ufficiali in attesa di sentire il segnale. Felice non riusciva a vedere i trombettieri, che erano con Flaminino, dietro alla posizione dei principes. Ormai non poteva mancare molto, pens. La citt era stata circondata, le truppe erano schierate. Epiroti, Illiri e altri alleati formavano la prima ondata d'attacco. Hastati e principes come loro facevano parte della seconda. Come sempre, i triari erano in retroguardia.
Pullone era arretrato per parlare con Livio, ma ricomparve lungo il lato della centuria, con il vitis che batteva il suo ritmo familiare sul palmo sinistro del centurione. Felice non aveva fatto nulla di male, ma comunque prov un istintivo timore a quel suono. L'espressione di chi aveva intorno gli fece capire che provavano le stesse emozioni. Talvolta gli uomini scherzavano dicendo che molti nemici sarebbero fuggiti da un centurione armato solo di vitis, ma Felice non conosceva nessuno che avesse le palle di fare quella battuta davanti a gente come Pullone o Matone.
Pronti, sciocchi?, domand Pullone.
S, signore!, urlarono in risposta.
Sar meglio, dannazione. Il centurione si ferm al centro della prima fila, a circa dieci passi di distanza. I suoi occhi gelidi osservarono i principes. I selvaggi, e qui fece un sorriso ironico, cio i nostri alleati, saranno i primi a marciare. Dovrebbero indebolire facilmente il nemico.
Meglio loro che noi, eh?, borbott Felice, rivolto ad Antonio.
Silenzio!. La voce bassa di Pullone era terrificante, come sempre.
Lo squillo delle trombe cancell qualsiasi altra cosa Pullone fosse sul punto di dire. Il suono non era ancora svanito quando l'artiglieria cominci a lanciare. Felice osserv la balista pi vicina. Twang. Un dardo vol verso le mura di Faloria. Due hastati entrarono in azione, riportando indietro i bracci del macchinario. Non appena ci fu spazio a sufficienza, un terzo uomo caric il dardo. Alla massima tensione, la corda pass sopra l'ultima ruota dentata con uno scatto. L'uomo addetto al caricamento annu e l'ufficiale stratton la corda per tirare. Il dardo vol, troppo rapido perch l'occhio umano potesse coglierlo.
Nel corso di forse duecento battiti, l'artiglieria scaric una pioggia brutale di dardi sul nemico. Era impossibile giudicare quante vittime avessero causato, ma c'erano meno uomini sui bastioni. Da dietro le mura venivano urla incessanti.
Le trombe fermarono l'artiglieria, poi suonarono l'avanzata. Ruggendo feroci urla di battaglia, le truppe alleate caricarono contro le mura della citt. Felice rest a guardare, affascinato. Degli arcieri nervosi, tra i difensori, cominciarono a tirare le loro frecce prima del tempo. Finirono troppo indietro rispetto agli alleati, che ruggirono con disprezzo mentre si avvicinavano. Il secondo tiro, meno irregolare del primo, fece cadere qualche uomo. I successivi due funzionarono un po' meglio, ma ormai i guerrieri stavano sciamando dentro al fossato e ai piedi delle mura, a cui gi appoggiavano le loro scale.
Non facciamo altro che scalare fottuti bastioni, comment Antonio. Antipatrea, la valle dell'Aous... e ora anche qui. Datemi una linea di soldati nemici da affrontare, per una volta.
Concordo. Felice non aveva problemi di vertigini come suo fratello, ma comunque non gli piaceva salire scale verso uomini che volevano ucciderlo.
Uno scontro furibondo inizi sulle mura, mentre i difensori rovesciavano le scale, gettavano pietre e tiravano frecce, combattendo con gli uomini che erano riusciti a salire sulla passerella. Felice sperava nello sforzo delle truppe alleate. Se fossero riuscite a conquistare le mura, le perdite tra hastati e principes sarebbero state minime.
Le sue speranze furono spazzate via quando decine di soldati, forse le riserve della citt, comparvero sui bastioni. Il vantaggio pass ai difensori, per la prima volta, e dopo uno scontro sanguinoso, le truppe che avevano scalato le difese furono tutte eliminate. Gli ultimi due si comportarono da veri eroi, combattendo schiena contro schiena molto dopo che i loro compagni erano stati gettati gi nel fossato. Un gemito udibile si lev dalle fila dei principes quando entrambi furono uccisi, uno dopo l'altro.
All'estremit della scala di Felice, Narciso cominci a bisbigliare una preghiera.
Fabio stava strofinando il suo amuleto a forma di fallo. Matteo fischiettava in tono basso.
 il nostro turno. Un velo di sudore imperlava la fronte di Antonio.
Coraggio, fratello, borbott Felice, sebbene sentisse lo stomaco stretto in una morsa. Pensa ai nemici in cima alle mura.
S. S.
Preparatevi. Pullone piant a terra il vitis: l'avrebbe ritrovato pi tardi, o, come diceva spesso, avrebbero potuto seppellirlo con lui. Al mio ordine, raccogliete gli scudi.
Giove Ottimo Massimo, proteggi me e mio fratello, preg Felice. Portaci alla fine della battaglia che stiamo per affrontare.
Siete pronti, vermi?. La voce misurata di Matone fu sconvolgente come se qualcuno gli avesse rovesciato un secchio d'acqua ghiacciata in testa.
Il panico lo assal, e guard alla propria destra. Davanti a una centuria di principes c'era il loro vecchio centurione. Con gli occhi porcini e scintillanti, le gambe storte e di sicuro anche il fiato puzzolente, stava preparando gli uomini alla battaglia, proprio come Pullone. Non stava guardando in direzione di Felice, ma questo non gli imped di sentirsi sul punto di vomitare. Mai il pericolo di essersi arruolati di nuovo era stato cos ovvio. Antonio era dietro di lui, ma lui era in prima linea. Appena trenta passi lo dividevano da un uomo che, con una sola parola, avrebbe potuto far giustiziare entrambi.
Scudi!, ordin Pullone.
Come una singola persona, i principes obbedirono. Durante l'attesa, era permesso posare gli scudi a terra, appoggiandovisi contro.
Scale pronte!.
Felice si maledisse per essersi offerto volontario come primo uomo sul davanti della scala. Adesso Matone l'avrebbe visto di certo. Se si fosse girato, Pullone se ne sarebbe accorto. Non poteva fare nulla. Antonio!, sibil.
Che c'.
C' Matone. A destra.
Ci fu un sussulto soffocato. Se quel succhiacazzi non ci vede prima delle mura, dovremmo cavarcela. Sai come va, quando inizia la battaglia.
S. Felice ricominci a pregare. Chiese a Giove e a Marte, e anche a Fortuna, la dea pi capricciosa di tutte, di non permettere che Matone vedesse lui o suo fratello.
Le divinit risero di lui.
Quando torn a guardare verso Matone, quel bastardo lo stava fissando. Felice si blocc dov'era. Nell'espressione del centurione vide sorpresa, incredulit e infine una rabbia violenta. Felice?, lo vide scandire con le labbra. Sei Felice! Ti vedo!.
Le ginocchia di Felice rischiarono di cedere. Matone mi ha visto, sibil.
Non fu certo che Antonio l'avesse sentito, perch squilli di tromba lacerarono l'aria. Pullone si mosse all'istante, avanzando come se stesse facendo una passeggiata di piacere. Seguitemi!, grid. Con me, idioti!.
Con lo stomaco stretto da una morsa di terrore, Felice obbed. Non riusc a smettere di guardare verso Matone. Il centurione sembrava sentirlo: non faceva che lanciargli occhiate cariche di rabbia, sibilando oscenit. Siamo morti, pens Felice, deglutendo una boccata di bile. Se non saranno i difensori a farci fuori, ci penser quel bastardo di Matone.
Pullone fece avanzare i principes a passo di marcia per met della distanza, finch gli arcieri pi arditi non cominciarono a scoccare, poi caricarono. Le scale non permisero loro di sollevare gli scudi contro le frecce, rendendo ogni passo potenzialmente letale. Era il caso di non guardare in alto e pregare. Di non perdere mai l'equilibrio, e di sperare che altri uomini fossero feriti o uccisi.
Mentre correva, Felice ripet pi e pi volte: Fa' che Matone sia colpito. Fa' che Matone sia colpito.
Un urlo soffocato fin troppo vicino e un improvviso strattone alla scala lo riportarono al presente.
Narciso  caduto!, esclam Antonio, con voce tesa e secca.
Felice volt la testa. La freccia aveva colpito Narciso nel peggior punto possibile: poco sopra il collo della cotta di maglia, alla base della gola. Aveva lasciato cadere la scala e stava serrando la freccia nel pugno. Dal punto in cui l'asta gli si conficcava nella carne sgorgavano fiotti di sangue di un rosso vivido. Narciso tent di parlare, ma riusc a emettere soltanto un orribile suono gorgogliante. Toss, e rivoli di bava insanguinata gli uscirono dalle labbra. Poi croll in ginocchio e si rovesci sulla schiena, fissando il cielo. Annasp un'ultima volta e mor.
Felice! Antonio!. Pullone li aveva visti. Muovetevi!.
Narciso aveva avuto una fine migliore del povero Ingenuo, pens Felice. Se devo morire, grande Giove, fa' che sia come lui: tutto, ma non il fustuarium.
Sollev la scala, si scambi un cenno determinato con Antonio e corse verso il fossato, pieno di uomini feriti e morenti.
Madre, gemette un guerriero. Dei frammenti spezzati di ossa biancheggiavano dal moncherino rosso della sua coscia sinistra. Madre.
Felice tent di non ascoltare, tent di non sentire cosa c'era sotto ai suoi sandali. Pos lo scudo contro il muro. Senza l'aiuto di Narciso, sarebbe stato pi difficile mettere in posizione la scala. Sentendosi vulnerabile, e con le viscere serrate dal terrore, Felice lavor pi veloce che pot.
Non ha importanza se sopravvivrai all'attacco, diceva una voce nella sua testa. Matone ti far picchiare a morte.
Perse la presa sulla scala. Imprecando, la riafferr e la riport all'angolazione giusta per salire. Alz lo sguardo, ma non c'era nessuno. Invece di provare sollievo, prov disperazione.
A che cazzo serve?, sbott.
Antonio lo sent. Sali, fratello. Ti preoccuperai di Matone pi tardi.
Felice serr la mascella. Riprese lo scudo e pos un piede sul primo piolo. A met strada, guard a destra, cercando di scorgere Matone. Con profondo terrore, vide il centurione a tre scale di distanza, che urlava ordini mentre saliva. Il pensiero di Matone svan quando ebbe raggiunto il parapetto. Mentre saliva sulla passerella, dovette combattere con tutte le forze contro un guerriero dagli occhi feroci armato di lancia arrugginita. Il suo primo affondo lo manc. Felice non aveva il tempo di sguainare la spada, perci scatt avanti, colpendo il guerriero con lo scudo. Spinse e colp. Con un urlo di terrore, il nemico cadde dalla passerella e svan.
L'uomo successivo sul bastione era un compagno della centuria di Felice, cosa che gli diede il tempo di cercare Antonio, appena arrivato in cima alle mura. Nonostante la minaccia di Matone, si scambiarono uno sguardo sollevato. C'erano pochi difensori in vista. Non sapevano pi dove fosse il resto della loro unit, e non c'era traccia di Pullone, ma riuscivano a vedere soldati alleati e legionari gi tra le strade di Faloria. Piccoli scontri e duelli imperversavano. C'erano cadaveri sparsi ovunque, e alcuni difensori erano gi in rotta.
La citt cadr presto, comment Felice.
La disperazione lo colse. Una volta conquistata Faloria, Matone li avrebbe fatti arrestare. Pullone non avrebbe potuto impedire il loro fustuarium, anzi, probabilmente vi avrebbe partecipato.
Gli di li stavano ancora osservando.
Sei proprio tu. Era la voce di Matone, venuta fuori dal nulla.
Felice sent una mano contro la schiena e non riusc a evitare che Matone lo spingesse gi dalla passerella. Lasci andare spada e scudo, per non rischiare di impalarsi sulla prima o di farsi rompere un polso dal secondo, all'impatto. Il terreno compatto gli venne incontro a velocit incredibile. Atterr male, ritrovandosi senza aria nei polmoni e con un'ammaccatura sull'elmo causata dallo scudo.
Con la testa che girava, Felice guard verso gli edifici pi vicini. C'erano uomini che correvano in tutte le direzioni: legionari, guerrieri e abitanti della citt. Nessuno gli prest attenzione. Dov'era Matone? Felice se lo domand, sconvolto. Stava arrivando, sicuro come il sole che sorgeva sempre a est, ma doveva scendere delle scale. Agli di piacendo, avrebbe dovuto combattere per aprirsi la strada.
Muoviti, pens Felice. Muoviti, se vuoi vivere.
Risucchiando una boccata d'aria, rotol su un fianco. Poi si mise in ginocchio, recuper lo scudo e, con uno sforzo, lo rigir per stringerne l'impugnatura. La spada giaceva a qualche dozzina di passi di distanza. Se fosse riuscito a raggiungerla, decise, avrebbe avuto una possibilit di tenere lontano Matone fino all'arrivo di Antonio. E insieme si sarebbero assicurati che quel bastardo non lasciasse vivo Faloria. L'unica opzione che avevano era mettere a tacere per sempre il loro ex centurione.
Felice non vide il colpo che lo sped di nuovo a terra su un fianco, n pot fare nulla contro il sandalo chiodato che gli graffi la carne delle gambe e dei glutei, non protetta dall'armatura. Si raggomitol su se stesso proteggendosi il volto con le braccia. La brutale aggressione fin rapida come era cominciata. Uno stivale lo tocc sulla schiena.
Guardami. Era la voce sibilante di Matone.
Felice sentiva il sapore amaro della bile in bocca. Si rovesci sulla schiena.
Matone gli incombeva addosso. Gli stava puntando la spada alla gola. Dunque, sei tornato nelle legioni, eh?, comment il centurione. Non mi sorprende, in realt: sei sempre stato un idiota. Per, credevo che Antonio fosse pi intelligente.
Bastardo, sibil Felice.
Ah, sarei io, il bastardo?. Matone perse ogni traccia di calma. Sono stato degradato, per colpa tua e di quegli ubriaconi dei tuoi amici! Se non fosse stato per voi fighette, avrei comandato i triari, negli ultimi due anni. E invece posso anche aspettarmi di finire la carriera come centurione di grado inferiore di fottuti principes. Colp Felice con un calcio all'inguine.
Il giovane quasi perse i sensi per il dolore.  finita, pens, aspettandosi di sentire la lama di Matone che gli si piantava nella carne. Ma non accadde. Cauto, spaventato, Felice riapr gli occhi.
Credi forse che ti lascer morire senza soffrire?. La voce del centurione trasudava malignit. Tu e quel tuo inutile fratello morirete pi lentamente possibile. Il fustuarium sarebbe troppo rapido. Penso che sia meglio la croce. Ho sentito dire che un uomo forte e nel fiore degli anni come te ci ha messo quattro giorni, a morire. O erano cinque? Un goccio d'acqua ogni tanto, e potresti perfino durare di pi. E sar un piacere starti a guardare, e ascoltarti implorare la fine.
Non sentirai mai certe parole dalle mie labbra, ringhi Felice, odiando la paura che tuttavia trasudava dalla sua voce. Antonio, dove cazzo sei?, avrebbe voluto urlare.
Matone sembr leggergli nei pensieri. Tuo fratello ha scelto la rampa sbagliata di scale.  bloccato a met strada e sta combattendo contro un guerriero grosso il doppio di lui.
Felice tent di scattare con un piede contro Matone, per spingerlo a ucciderlo sul posto. Ma manc, e il centurione si scost, ridacchiando.
Antonio ti uccider, ringhi il giovane, a denti stretti.
Se dovesse provarci, ti finir. No, ribatt Matone, con estrema soddisfazione. Quel verme lascer cadere la spada, e poi ti legher, prima che io faccia lo stesso con lui. E poi le vostre croci saranno l'una di fronte all'altra, cos ognuno di voi guarder suo fratello morire.
Felice si sent montare dentro una furia senza nome e tent di afferrare il pugnale che aveva alla cintura. Era patetico, ma non gli venne in mente nient'altro.
Matone non cerc di fermarlo. Quando Felice lo lanci, non dovette fare altro che sollevare lo scudo, facendovi rimbalzare l'arma, che ricadde al suolo. Matone la scalci dietro di s. Poi guard a destra. Tuo fratello  ancora vivo, osserv, secco. Sembra che abbia perfino la meglio. Molto bene. Non vorrei proprio che morisse per mano del suo nemico, invece che per mano mia.
Ormai Felice era consumato dall'odio. Avrebbe dato tutti i suoi guadagni da legionario, anzi, il doppio, per poter essere in piedi e con una spada in pugno, invece che disteso sulla schiena e inerme come un bambino. Doveva fare qualcosa: non sarebbe morto senza combattere. Gettando al vento ogni cautela, rotol su un fianco. Con sua grande sorpresa, Matone non fece nulla, e lui si alz in piedi.
Vuoi la tua spada. Il centurione accenn con il mento alla lama, alla sua sinistra. Era a forse sei passi da entrambi. Forza, continu Matone, con lo stesso tono con cui un uomo avrebbe offerto a un compagno un sorso d'acqua dalla sua borraccia. Vediamo se riesci a prenderla.
Felice lanci uno sguardo al punto dove si trovava Antonio, e fu deluso di scoprire che Matone non aveva mentito. Il fratello stava combattendo con tutte le forze contro un enorme guerriero armato di lancia.
Sono solo, pens.
Era quasi certo che Matone l'avrebbe mutilato prima che lui riuscisse a raggiungere la spada, ma era un rischio che valeva la pena correre. Se Fortuna gli avesse sorriso, forse avrebbe ricevuto una ferita mortale, privando il centurione della sua vendetta. Prese un respiro profondo.
Mi sto divertendo, sappilo, comment Matone.
Fffffewww. Felice registr appena il sibilo di una lancia in volo. Port di scatto gli occhi su Matone, che apr la bocca, senza emettere tuttavia un suono. Sgran gli occhi e barcoll, per poi lasciar cadere spada e scudo. Fece per raggiungere la propria nuca e ritir le dita sporche di sangue. Infine, croll a faccia avanti nella polvere, con una lancia che gli sporgeva dalla base del cranio.
Sconvolto, Felice segu con lo sguardo la possibile traiettoria della lancia. A una ventina di passi c'era una figura sottile, un ragazzo dal volto ancora imberbe. Non aveva n armatura n elmo e la lancia era la sua unica arma; era uno dei difensori della citt. Sembrava sorpreso dall'esito del suo lancio quanto Felice. Si fissarono per un attimo.
Grazie, pens Felice.
Sollev una mano, mentre il volto del ragazzo si contorceva per il terrore: non vedeva un amico, in lui, ma soltanto un altro legionario. Rapido come un fulmine, schizz via in un vicolo.
La prima preoccupazione di Felice fu per Antonio. Fu lieto di vedere che il fratello era riuscito ad avere la meglio sull'avversario, caduto dalla scalinata. Antonio stava correndo gi per raggiungerlo. Temendo che il suo incontro con Matone fosse stato visto da qualcuno dei suoi, Felice alz lo sguardo sul parapetto dei bastioni. I principes si stavano riversando sulla passerella, ma nessuno sembrava aver notato quanto accaduto. Un'ondata di sollievo lo travolse. Matone era morto, e nessuno l'aveva visto.

Antonio lo raggiunse, affannato, con il viso coperto di sudore. Sei ferito?
No, neanche un graffio. E tu?
Solo nell'orgoglio, replic Antonio. Quel bruto era incapace con la lancia, ma aveva la forza di Ercole. Avrei dovuto raggiungerti pi in fretta, fratello.
Hai fatto del tuo meglio, proprio come avrei fatto io per te. Si scambiarono uno sguardo carico di emozioni.
Antonio premette un piede contro il cadavere di Matone. Gli di sono di buonumore, eh? Questo bastardo  morto, e non abbiamo neanche dovuto ucciderlo noi. Non riesco a pensare a un risultato migliore.
Gi, ammise Felice, sentendosi come se il peso del mondo gli fosse stato tolto dalle spalle.
Avanti, riprese Antonio. Sar meglio trovare Pullone.
Affiancati, sparirono nel dedalo di strade della citt, con le armi in pugno.

Capitolo 43.

L'alba si stava levando su Tempe, e il re era andato a fare una cavalcata da solo. Non era consigliabile, avrebbe detto Menandro. Il patrigno di Filippo, Antigono, non si sarebbe limitato a quelle parole e l'avrebbe accusato di imprudenza, ma non gliene importava nulla. Qualche ora per s, dannazione, anche solo una, era pi importante di tutto il resto. Dall'alba al tramonto, doveva sostenere il peso del regno e della guerra contro Roma. Di recente, sembrava che tutte le notizie fossero spiacevoli. Uscendo di nascosto dal retro della tenda, vestito solo di una semplice tunica e di un mantello con il cappuccio, aveva raggiunto i cavalli senza che le sue guardie del corpo se ne rendessero conto. I paggi che si occupavano dei cavalli erano rimasti sorpresi di vedere il re, ma si erano comunque affrettati a sellare lo stallone tessalo, giurando di non dire nulla a nessuno.
Nessuno era sveglio, a quell'ora del mattino, e nessuno l'aveva visto procedere fino al perimetro dell'accampamento, dove le sentinelle basite avevano anche loro promesso silenzio. Se non si fosse trasformato in un uccello o avesse imparato a diventare invisibile, non avrebbe potuto sperare di allontanarsi senza che nessuno lo notasse, questo aveva pensato con una certa dose di frustrazione, mentre si allontanava verso sud-ovest, tra le montagne. Finch fosse stato re, sarebbe sempre stato cos.
Per il momento, poteva godersi la grazia e la potenza del suo stallone. Respirare l'aria fresca profumata di pino, rosmarino e salvia. Spiare i cervi che lo osservavano dal limitare del bosco. Guardare l'aquila che gi si librava sulle correnti ascensionali, sopra di lui. Ammirare la stretta gola e, alla sua sinistra, il torrente che scorreva rapido e la divideva in due. Che Flaminino venga pure, pens. Far a pezzi le sue legioni.
Quel sogno piacevole svan da dove era venuto. Tempe era solo uno dei passi che conducevano in Macedonia; una volta localizzato il suo esercito, Flaminino avrebbe avuto molte scelte a disposizione. Se Filippo avesse diviso le forze per difendere pi di una strada, avrebbe rischiato che i Romani riuscissero a forzare il passaggio. Doveva fare in modo che Flaminino attaccasse in un punto a sua scelta, dove potesse utilizzare la sua potente falange.
Nonostante le migliori intenzioni, Filippo fin per ripensare alla notizia che l'aveva raggiunto il giorno prima. La minaccia sulla terraferma non era la sua sola preoccupazione; quella sul mare era quasi di uguale importanza. In precedenza, durante l'estate, il fratello di Flaminino, nuovo ammiraglio della flotta romana, si era unito agli squadroni di navi di Attalo di Pergamo e a quelli di Rodi. Prima del suo arrivo, quegli alleati non erano mai riusciti a conquistare una citt importante dell'Eubea, soprattutto per via dei rinforzi inviati dal generale di Filippo Filocle.
Ma ora che erano unite, le tre flotte stavano attaccando un insediamento vicino. Il messaggio di Filocle a Filippo era stato breve e conciso: Le forze nemiche sono troppo grandi. La sconfitta  inevitabile. Combatter per quanto potr.
Con la caduta di una citt imminente, pens Filippo, era difficile capire come le altre, ancora pi isolate sulla costa della lunga isola, potessero resistere a un altro attacco. A meno che gli di stessi non fossero intervenuti, l'Eubea, territorio macedone da cinque generazioni, sarebbe caduta.
Ho bisogno di un nuovo ammiraglio, pens. Poi una risata amara gli sfugg. Aveva bisogno di un sostituto dell'inefficace Eraclide da quando il Tarantino - ridotto, alla fine, a un guscio vuoto - era stato giustiziato, mesi prima. Diversi comandanti navali avevano assunto temporaneamente la carica, ma nessuno aveva le capacit di Filocle o dello stesso re sulla terraferma. Sarebbe stato uno dei suoi principali obiettivi durante l'inverno, decise. Se avesse trovato un ammiraglio capace, la vittoria sul mare sarebbe potuta diventare una realt. La sua speranza era che, se fosse riuscito a infliggere una sufficiente serie di sconfitte alle flotte di Pergamo e Rodi, si sarebbero ritirate dal conflitto.
Nel frattempo, Filippo doveva comunque sconfiggere Flaminino, o, perlomeno, evitare che raggiungesse la Macedonia. La Tessaglia era perduta, le sue citt distrutte, i raccolti bruciati, eppure questo non aveva impedito alle legioni di avanzare. Saggio e astuto, Flaminino aveva comprato vaste quantit di provviste in Epiro. Peggio ancora, ben presto alle sue legioni si sarebbero uniti Etoli e Atamani, che stavano radunando i loro soldati. Filippo sospir. Per quanto le richieste di Flaminino fossero state odiose, alla fine si stavano avverando, almeno in parte. Le citt della Tessaglia che non aveva voluto cedere erano comunque cadute. Se fosse riuscito a fare un accordo con Flaminino prima dell'inizio dell'inverno, pens, il popolo macedone avrebbe potuto evitare le brutali attenzioni di un esercito invasore, la primavera successiva. Il pensiero di quell'umiliazione riaccese la rabbia e il disprezzo di Filippo. C'era ancora tempo per trovare il posto giusto, decise, il luogo in cui il suo esercito potesse battere le legioni. Ma dov'era?
Alle sue spalle, in un punto pi elevato, ud un rumore di pietra che scivolava sulla pietra, e si maledisse per non aver prestato attenzione ai dintorni. Tese le orecchie, ma il suono non si ripet. Sent il battito accelerare. Un cervo che si arrampicava lungo il pendio avrebbe continuato a fare qualche rumore, e anche un cinghiale. Doveva essere un uomo. O meglio, diversi uomini. Chi si nascondeva in posti come quello non agiva mai da solo, e le due lance da caccia che Filippo portava con s erano la sua unica difesa. Prov un lampo di sarcastico divertimento. Eccolo l, a preoccuparsi dei pericoli corsi dal suo regno, e a ignorare quelli pi ovvi.
I banditi erano ovunque, tra le montagne. Criminali, assassini, figli minori senza prospettive e schiavi fuggiti, rapinavano i viaggiatori incauti e, talvolta, le fattorie pi isolate. Emarginati, nemici di tutti, avrebbero ucciso senza esitazioni. La sua migliore possibilit, dunque, era rivelare la propria identit. Non indossava vestiti regali, ma i banditi dovevano sapere del suo esercito accampato a pochi stadi di distanza. Se fosse riuscito a intimidirli, l'avrebbero preso prigioniero sperando di ricevere un riscatto. Fremette, furioso. Gli sembrava da codardo, salvarsi grazie al rango.
So che siete l, esclam, fermando lo stallone.
Ammazziamolo e facciamola finita, disse una voce rozza dagli alberi alla destra di Filippo. Cos potremo prendere lo stallone e andarcene.
Due, pens Filippo. Ma potevano essercene degli altri. Non ho denaro con me, rispose. Uccidermi non servirebbe a nulla.
Ma ci divertiremo, replic una voce profonda, a poca distanza dal fianco sinistro di Filippo.
Un uomo robusto e dai capelli neri, con una cespugliosa barba brizzolata, comparve da dietro un grosso masso sulla riva del fiume. Non aveva armatura, ma la pelta e la lancia che portava erano ben tenuti e sembravano utilizzati spesso. Che altro motivo ci serve per farti fuori? A parte il tuo stallone, insomma.
La risata di scherno che segu quelle parole veniva da pi di tre uomini, decise Filippo. Lento e con cautela, volt la testa. Un ragazzo magro con un arco in mano era quello che aveva fatto sentire i suoi passi, nascondendosi tra i cespugli sempreverdi che coprivano i lati della vallata. A guardarlo dagli alberi c'era una figura slanciata vestita di un mantello di pelliccia di lupo; la sua unica arma era una lancia. Ce n'erano altri? Filippo se lo domand.
Dov' la tua borsa?. La voce del ragazzo doveva essere appena cambiata da quella acuta di un fanciullo.
Non  con me, rispose Filippo, sincero.
Not un quarto uomo dietro al capo. Pi vecchio degli altri, aveva due lance, uno scudo e lo sguardo freddo di un assassino.
Quello stallone  una cavalcatura troppo bella per un figlio di puttana come te, comment il ragazzo. Dove l'hai rubato?.
Filippo non aveva pi ricevuto un simile insulto, non detto davanti a lui, perlomeno, da quando aveva dieci anni; era stato un ragazzino delle scuderie reali di Pella a chiamarlo cos. Sebbene il matrimonio con un altro uomo dopo la morte del marito fosse una pratica accettata - sua madre Criseide aveva sposato Antigono dopo la scomparsa di suo padre - questo non aveva impedito ai figli dei nobili della corte di fare commenti malevoli sulle sue parentele. Quel ragazzo di stalla non era stato certo l'unico a insultarlo in quel modo, e al sentirlo, Filippo al tempo era stato avvolto da una nebbia rossastra di pura furia. Se un altro stalliere non fosse intervenuto, avrebbe strangolato a morte il ragazzo.
Ho detto, dove l'hai rubato?. Il volto del giovane trasudava spavalderia.
Filippo si ritrov nelle stalle reali di vent'anni prima.
Tua madre  una puttana, disse il ragazzino.
Una furia senza nome lo assal.
Ti ammazzo!.
Filippo sbatt le palpebre, tornando al presente. Cap che non poteva chiedere a quei fuorilegge di risparmiargli la vita, n tantomeno rivelare loro chi fosse. Lo stallone  mio.
Bugiardo!.
Con uno sguardo attento, Filippo calcol la distanza tra lui e ogni brigante. Il ragazzo era il pi vicino; in teoria, questo lo rendeva il pi pericoloso, ma forse non era preciso a tirare una lancia come, per esempio, il leader. Era anche il pi difficile da raggiungere, trovandosi sopra la posizione di Filippo e alle sue spalle. L'uomo con la pelliccia di lupo era il pi lontano, dunque, decise, il capo barbuto e il vecchio con gli occhi da assassino dovevano essere i suoi primi obiettivi.
Tuo?. L'Assassino schiocc la lingua con disprezzo.
Gi. Filippo tocc l'animale con i talloni, girandolo verso i due briganti. Ed  il miglior cavallo che abbia mai avuto.
Smonta, ordin il capo.
Fino a quel momento, avevano evitato di ucciderlo per timore di ferire il cavallo, consider Filippo. Era l'unico, minimo vantaggio che aveva. Cosa?
Smonta da quel fottuto cavallo, ringhi l'Assassino.
E perch?.
Filippo era a quindici passi dai due, ormai; il ragazzo era a tre volte quella distanza, alle sue spalle. Pelliccia di Lupo stava uscendo dagli alberi, ma era ancora lontano da un preciso tiro di lancia.
Perch lo dico io. Il braccio destro dell'Assassino si spost indietro, tenendo pronta l'arma.
Ah!, grid Filippo, piantando i talloni nei fianchi del cavallo.
Lo stallone scatt al galoppo. Filippo avrebbe preferito scivolare di lato per restare a destra del suo petto, con la gamba sinistra ancora sulla groppa, ma in quel modo avrebbe dovuto lasciar cadere le lance. Doveva sperare che l'Assassino lo mancasse. Si pieg in avanti sul collo muscoloso e sulla criniera dello stallone, cercando di offrire un bersaglio minimo.
L'aria si mosse; una lancia gli pass sopra, abbastanza vicina da aprirgli un buco tra le pieghe sollevate della tunica.
La prima lancia dell'Assassino, pens Filippo. Ne hanno una ancora per ciascuno. Tir le redini, e lo stallone ben addestrato si ferm di scatto. Filippo smont, leggero e agile, mettendo l'animale tra s e i briganti.
Uccidi quel figlio di puttana!, ordin il capo.
Non riesco a vederlo, cazzo!, ringhi l'Assassino.
Filippo cerc di non pensare al ragazzo con l'arco. Portando nella mano sinistra la sua seconda lancia, si abbass sotto la pancia dello stallone, pregando che non lo vedessero arrivare da quella parte, e, rialzandosi, port indietro il braccio destro e tir. La lancia si conficc nel ventre dell'Assassino. Con un gemito orrendo, l'uomo croll.
L'istinto fece abbassare di colpo Filippo. Quel movimento gli salv la vita; una freccia pass nel punto dove era stata fino a un attimo prima la sua testa. Delle scintille schizzarono in aria quando la punta metallica colp una roccia.
Stai cercando di prenderci in giro?. Il capo barbuto affond la lancia, e Filippo riusc a evitare per un soffio di finire infilzato come l'Assassino. Inciampando, fin su un ginocchio e il capo del gruppo si avvicin con un urlo di trionfo.
Quindi,  cos che finir, pens Filippo. Non avr una morte gloriosa conducendo i miei Compagni in battaglia, n in un duello contro Flaminino. Sar massacrato come un bue in un macello. Scivol con la mano destra sul terreno; ghiaia e sassi gli si spostarono sotto le dita. Afferrandone una manciata, url: Zeus, aiutami!.
Il capo dei briganti ebbe un'esitazione.
Con tutta la forza che aveva, Filippo tir i sassi contro di lui, centrandolo in pieno viso. Per un attimo accecato, il fuorilegge rugg di dolore. Quel ruggito divenne un urlo, quando Filippo spost la seconda lancia nella destra e lo infilz alla gola.
Ssshhhewww. Il ragazzo doveva aver atteso il momento giusto per scoccare. Fu un tentativo migliore del primo, ma la freccia riusc appena a ferire di striscio Filippo al braccio destro. Nel tempo che gli ci volle a incoccare un'altra freccia, Filippo aveva afferrato la pelta del capo e finito l'Assassino. La freccia successiva si piant nello scudo, con la punta che si conficc all'interno fino a sfiorare il pugno del re. Altre tre la seguirono, mentre lui si ritirava dietro alla roccia dove il capo e il suo compagno si erano nascosti; solo una colp la pelta. Protetto dal masso, Filippo strapp via le frecce dallo scudo, rendendolo di nuovo utilizzabile. Delle pietre rotolarono, lontano dalla sua vista. Qualcuno mormor qualcosa. Il ragazzo e l'uomo con la pelliccia di lupo stavano confabulando.
Filippo era ancora in pericolo di vita. Se l'uomo con il mantello fosse stato un combattente, avrebbe potuto attaccare Filippo mentre il ragazzo si posizionava nel punto giusto per scoccare una freccia mortale. Doveva spaventarli e costringerli a fare una mossa avventata.
Chi  il prossimo che vuole morire?, grid.
Sarai tu a finire nel Tartaro. La voce del ragazzo si spezz. Quell'uomo era mio padre!.
Era un bastardo, url Filippo, senza sapere se stesse parlando del leader barbuto o dell'Assassino, e senza curarsene. Una serpe che si meritava quello che ha avuto!.
Bastardo!. Dei ciottoli rotolarono, mentre il ragazzo si avvicinava. Una voce gli grid di fare attenzione, quella dell'uomo con la pelliccia di lupo, e l'altro si ferm.
Filippo imprec. Forse sarebbe potuto scattare fuori dalla copertura per ucciderne uno, ritraendosi prima che l'altro reagisse. Con la lancia in mano, si spost intorno al masso senza farsi vedere.
Codardo! Vigliacco!. Il ragazzo era vicino.
Zeus Soter, aiutami ancora, preg Filippo. Scatt intorno al masso, vedendo il giovane a una mezza dozzina di passi di distanza. Aveva una freccia incoccata e puntata contro di lui. Filippo si abbass dietro lo scudo. Il ragazzo scocc. Filippo sent un dolore lancinante al cranio, mentre la punta affilata e metallica gli apriva il cuoio capelluto, e poi la freccia spar, piombando con un tonfo nel fiume. Il ragazzo tent di recuperare in tutta fretta un'altra freccia. Filippo prov a raggiungerlo, ma fu costretto a fermarsi quando l'uomo con la pelliccia di lupo gli affond contro la lancia.
Si ritrasse dietro la roccia e ponder la sua prossima mossa.
Non accadde nulla, nei successivi cinquanta battiti. Riusc a sentire i due briganti bisbigliare a voce bassa; sembravano discutere.
Bene, pens Filippo. Avanz per la seconda volta, cauto. Quando sent le parole solo un'ultima freccia, scatt di nuovo fuori dalla copertura, con un'altra preghiera sulle labbra. Come sperava, il ragazzo tir e lo manc, con l'ultima freccia che piombava nelle rapide del fiume. Ancora una volta, il compagno gli venne in aiuto. Muovendosi con cautela, Filippo torn da dove era venuto, guardando verso i briganti.
Non sei un granch, come arciere, eh?, esclam.
Sta' zitto!.
Devono essere i tuoi compagni a occuparsi della caccia. Se fosse per te, sareste morti tutti di fame da un bel po', lo provoc Filippo.
Perdendo la testa, il ragazzo scatt avanti, afferrando la lancia di suo padre in corsa. Imprecando, l'uomo con la pelliccia di lupo lo segu, cosa che Filippo aveva sperato accadesse. Lo spazio tra il masso e la riva del fiume era troppo stretto perch i due banditi potessero attaccarlo con le lance affiancati. Quando si trovarono a dieci passi di distanza, invece di fuggire attacc, puntando sull'inesperto giovane brigante.
Il ragazzo gli si lanci addosso, coraggioso ma senza un briciolo di cervello. La sua lancia scivol contro lo scudo di Filippo, angolato in modo da parare il colpo. Non vide mai l'affondo preciso che gli infilz il ventre. Gridando come un maiale ferito, il ragazzo cadde all'indietro. Invece di strappare via la punta della lancia, Filippo la affond di pi, spingendo al tempo stesso con lo scudo. Ritrovandosi alle spalle del ragazzo caduto, l'ultimo brigante non pot spostare la lancia in modo da attaccare Filippo.
I tre caddero al suolo, con il re sopra, l'uomo con la pelliccia di lupo in basso e il ragazzo urlante in mezzo. Pi rapido che pot, Filippo afferr una pietra grossa quanto un pugno e colp Pelliccia di Lupo alla tempia. Un altro colpo e sent il cranio cedere. Gli assest altri due violenti colpi, per buona misura. Fin il ragazzo con la lancia e, lasciando i due cadaveri dove erano caduti, chiam lo stallone con un fischio. Abituato ai rumori dei combattimenti, l'animale non si era allontanato molto.
Mentre tornava indietro lungo la valle, Filippo si sent pi soddisfatto di quanto non si sentisse da giorni. Aveva affrontato una situazione insormontabile da solo e aveva prevalso. Eppure, pens, se l'era cavata per un soffio. Se il ragazzo avesse avuto pi frecce o fosse stato un tiratore migliore, quell'agguato avrebbe avuto un esito molto diverso. Filippo sarebbe morto anche se il ragazzo non fosse stato cos inesperto e focoso. Due uomini pi esperti avrebbero atteso il momento giusto per attaccare e si sarebbero divisi per circondarlo. Invece, era riuscito a costringerli ad attaccarlo in un punto troppo stretto, impedendo loro di sfruttare la superiorit numerica.
Di colpo, gli venne un'idea, e Filippo grid per l'entusiasmo. Era come se Zeus gli avesse parlato. Scoppi a ridere: sapeva come battere Flaminino.

Capitolo 44.

Vicino Gomphi, a ovest della pianura della Tessaglia.

Flaminino era chiuso nella sua tenda di comando con gli ufficiali superiori. Dopo aver fatto spostare l'esercito dalle rovine fumanti di Faloria, e superando la piccola ma inespugnabile fortezza macedone di Aiginio, erano arrivati in Tessaglia, il giorno prima. L'estate stava finendo, e con lei le possibilit di Flaminino di una vittoria completa durante quell'anno. La frustrazione era diventata la sua compagna inseparabile, insieme alla preoccupazione crescente. Se non avesse ottenuto qualcosa di pi prima che l'arrivo dell'autunno lo costringesse a ripiegare al sicuro su Apollonia, Galba non sarebbe stato soddisfatto, e allora...
Lo sguardo di Flaminino pass sui volti carichi di aspettativa intorno al tavolo, e desider che Lucio fosse l. Per quanto fosse un libertino, era suo fratello e poteva fidarsi di lui. Sebbene quegli uomini fossero abbastanza affidabili, non potevano sapere della minaccia di Galba che gli pendeva sulla testa. Dimentica quel bastardo, si disse Flaminino. Concentrati sul presente.
 un bene per noi che Gomphi sia in mani alleate, afferm, ma Atrace  appena a venticinque miglia a est da qui. Cosa dicono gli esploratori della guarnigione?
Secondo i pochi abitanti rimasti nei villaggi, signore, ci sono almeno duemila falangisti, l dentro, replic uno dei suoi legati.
Sono troppi da lasciarci alle spalle mentre marciamo verso Tempe, comment Flaminino. Filippo e il grosso del suo esercito erano accampati a quindici miglia da Atrace. Se fosse riuscito a raggiungerlo, avrebbe avuto la possibilit di costringerlo ad affrontarlo in battaglia prima che le loro provviste si esaurissero, o che l'autunno arrivasse. Nonostante la voglia di attaccare Filippo, Flaminino non poteva mettere a rischio le legioni. Lo infastidiva oltre ogni misura essere cos vicino al nemico che l'aveva ossessionato per anni, ma al tempo stesso cos lontano. Il rischio, tuttavia, non si poteva negare. Qualunque cosa potesse dire Galba, un attacco a sorpresa alle spalle dell'esercito da parte di duemila falangisti poteva rivelarsi disastroso. Era quel genere di tattica che Alessandro non avrebbe esitato a provare, consider Flaminino... e anche Filippo non se la sarebbe lasciata sfuggire.
Atrace deve cadere, e subito, dichiar.
I suoi ufficiali concordarono tutti.
Flaminino si sent pi sicuro. Se fossero riusciti a conquistare Atrace, non sarebbe stata la fine del mondo se Filippo avesse evitato lo scontro in quella campagna. La conquista di due fortezze importanti sarebbe bastata a soddisfare sia il Senato che Galba. Flaminino avrebbe potuto fare ritorno ad Apollonia, e riprendere il conflitto in primavera. Non ci sarebbero stati quaranta giorni di attesa nella valle dell'Aous, n avrebbe dovuto corteggiare chiss quanti capitrib epiroti. E senza pi fortezze che si potessero assediare, Filippo avrebbe dovuto affrontare Flaminino, o vedere la Macedonia in rovina.
Qualche idea?, domand Flaminino.
Un legato propose di attaccare Atrace di notte usando le scale. Un altro avrebbe voluto attirare fuori la sua guarnigione con un manipolo di fanteria alleata, mentre la cavalleria sarebbe stata pronta ad aggirare i nemici, tagliandoli fuori dalla fortezza finch le legioni non fossero arrivate dai loro nascondigli tra le colline. Altri due suggerirono di attaccare le mura di Atrace con l'artiglieria finch i legionari non avessero potuto entrare per sconfiggere i falangisti.
Flaminino scart subito la seconda idea: a meno che il comandante nemico non fosse un idiota, non sarebbe caduto in un tranello cos semplice. La prima gli piaceva di pi. Siracusa era caduta in modo simile, durante la guerra contro Cartagine, e un'inespugnabile fortezza montana della Sogdiana una volta era stata conquistata dai migliori scalatori dell'esercito di Alessandro. Con corde e scale, trecento uomini coraggiosi avevano scalato una ripida parete rocciosa nel cuore della notte, comparendo davanti ai difensori sconvolti all'alba. Quanto sarebbe stato glorioso conquistare Atrace in quel modo, pens Flaminino, decidendo tuttavia, suo malgrado, che non sarebbe stata una strategia percorribile. Anche di notte, i bastioni della fortezza erano pieni di sentinelle, e chiunque avesse tentato di scalare le mura sarebbe stato sentito e visto ben prima di raggiungere la passerella in cima.
L'opzione pi semplice  spesso la migliore, dichiar Flaminino. Useremo le catapulte per distruggere le mura di Atrace. Duemila falangisti non potranno vincere contro quattro legioni.
Stava ancora parlando con entusiasmo della gloriosa vittoria che i suoi legionari avrebbero ottenuto ad Atrace, quando un messaggero entr nella stanza. Fu seguito, un attimo pi tardi, da un Pasione dall'aria infelice.
Succede sempre qualcosa, consider Flaminino, stringendo i denti. Fiss il messaggero con uno sguardo gelido. Cosa c'?.
L'uomo, un cavaliere, a giudicare dall'armatura a scaglie, gli rivolse il saluto. Vengo da Gomphi, signore.
Ebbene?. Flaminino non riusciva a immaginare problemi, da quella parte. Aminandro di Atamania, recente alleato romano, era il nuovo signore di quella citt. Aveva conquistato la fortezza non molto tempo prima, grazie all'aiuto di Flaminino, ovvero diverse centinaia di legionari.
Le porte sono state chiuse, signore.
Intendi dire che quegli idioti hanno dimenticato di aprirle all'alba?, sbuff Flaminino.
Il cavaliere sembrava a disagio. No, signore. L'hanno aperte all'alba, come ci si poteva aspettare. Ma quando una nostra pattuglia ha fatto per entrare nella fortezza per controllare i selvaggi, signore, ci hanno chiuso le porte in faccia.
Flaminino vide la sua stessa sorpresa sui volti degli ufficiali. E il capo della pattuglia ha chiesto di entrare?
S, signore. Ma gli hanno detto di andare all'Ade.
Flaminino prese l'elmo crestato da un tavolo l accanto. Portami l, disse al cavaliere. Subito dopo, ordin che quattro truppe di cavalleria e tre manipoli di triari lo accompagnassero. Mentre usciva dalla tenda, Pasione gli corse accanto.
Sar meglio che sia importante, ringhi Flaminino.
Si tratta di una lettera, padrone. Pasione gli porse una tavoletta di legno con un messaggio.
Flaminino lo fiss con astio. Chi l'ha consegnata?
Non l'ho visto, padrone. La sentinella ha detto che si trattava di un uomo dai capelli neri. Parlava latino come un Romano.
Il maledetto Galba, pens Flaminino, prendendo la lettera. Il sigillo di cera non aveva segni, e questo non fece che rafforzare la sua intuizione. Volendo rimanere anonimo a chi recapitava i suoi messaggi, l'astuto politico non metteva mai il suo marchio sulle lettere.
Flaminino us l'unghia del pollice per spezzare il sigillo. Con il cuore in gola, apr la parte superiore della tavoletta. Osserv rapido ci che era scritto sulle due piccole tavolette di cera rettangolari.
Per caso lo stai facendo apposta a muovere la tua campagna a passo di lumaca? Sappi che la mia pazienza non  infinita.
Il messaggio non era firmato, come sempre. Furioso, Flaminino schiacci la tavoletta nel pugno. Quel figlio di puttana vuole forse darmi delle lezioni? Ho fatto pi io in tre mesi che lui in un anno intero.
Rendendosi conto di aver parlato a voce alta, e che il cavaliere lo stava ascoltando, Flaminino soffoc la rabbia. Avrebbe potuto scaricarla tutta addosso ad Aminandro, decise.
Flaminino dovette ammettere che Gomphi era spettacolare alla vista, e che la sua posizione era stata ben pensata. L'enorme fortezza aveva la forma di un cerchio irregolare, con alte mura di pietra e un profondo fossato difensivo. In cima alle sue torri c'erano catapulte di varie dimensioni. Era situata vicino all'imbocco di due importanti valli che conducevano a ovest, una verso il cuore dell'Atamania, l'altra che si dirigeva verso il protetto golfo di Ambracia. Chiunque avesse in mano Gomphi poteva difendere entrambe le valli e controllare allo stesso tempo il territorio circostante per miglia, ed era per questo che Filippo aveva sempre tenuto molto a quella fortezza, e Aminandro la voleva.
E, pens Flaminino, dimenticando per un attimo la sua rabbia, ben poche vite romane erano andate perdute nella sua conquista. Era davvero un bene che i Greci fossero cos litigiosi da accorrere subito in aiuto dei Romani pur di nuocere ai loro avversari. Le popolazioni italiche si erano spesso combattute, ma se ricordava bene la storia, non avevano mai cambiato fazione o attaccato gli alleati con la frequenza delle citt-stato greche. Aminandro era meno volubile della maggior parte dei Greci: aveva talvolta agito a favore di Filippo, permettendo al re di passare con l'esercito nel suo territorio, e, pi di recente, facendo da paciere tra la Macedonia e Roma, ma era soprattutto alleato dell'Etolia, e perci di Roma. Aminandro aveva anche gi tentato di conquistare Gomphi, fallendo, perci quando Flaminino aveva fatto sapere del suo successo nella valle dell'Aous, Aminandro gli aveva chiesto subito aiuto. Invece di attaccare Filippo in territorio macedone, era andato subito a Gomphi.
Fino a quel problema con le porte, Flaminino era stato soddisfatto di quella scelta. Con la fortezza in mani alleate, avrebbe potuto spostare uomini e materiali dall'Illiria al golfo di Ambracia, e perci in Tessaglia. Quella rotta era un'alternativa pi veloce rispetto al trasporto delle provviste lungo la strada della sua recente marcia, o via mare attraverso il golfo di Corinto. Se Aminandro aveva cambiato fazione, cosa possibile, considerando la chiusura delle porte, Flaminino avrebbe dovuto assediare Gomphi, prima di Atrace. E non poteva neanche contemplare un simile ritardo.
L'entrata principale di Gomphi, che si raggiungeva attraverso una zona riempita del fossato, era sempre pi vicina. Flaminino not con fastidio che il cavaliere non si era sbagliato. Le enormi porte erano chiuse. Era difficile non credere che Aminandro avesse deciso di allearsi con Filippo. La cavalleria davanti a Flaminino raggiunse il ponte solido sopra il fossato e le porte rimasero chiuse. Delle sentinelle impassibili li osservarono dai bastioni, ma, con sollievo di Flaminino, non c'erano arcieri.
I primi cavalieri si fermarono. L'ufficiale si gir a guardarlo, e Flaminino borbott: Non dire nulla. Poteva capire molto dalle parole e dal tono delle guardie.
Una delle sentinelle si sporse. Chi viene alla fortezza di Gomphi?, domand, in greco.
La maggior parte dei Romani presenti non cap. Flaminino s, e sent l'umore precipitare ancora di pi. La scortesia era deliberata. Tuttavia, non poteva abbassarsi a rispondere, perci ascolt, mentre, con un greco dall'accento forte, il furioso ufficiale di cavalleria ordinava che le porte fossero aperte per far passare Tito Quinzio Flaminino, console di Roma.
Aminandro lo attende?, domand la sentinella.
Aprite subito le porte!. Furioso, l'ufficiale parl in latino.
La sentinella borbott qualcosa a mezza voce.
Flaminino sembr capire la parola barbari. Non mostr la sua rabbia, che avrebbe soltanto dato soddisfazione alla sentinella, ma esclam in un greco perfetto: Aminandro risponde direttamente a me, come ben sai, piedi sporchi indossa-pecore!.
Non pot vedere l'espressione della guardia, attraverso la fessura verticale dell'elmo, ma il cambiamento nella postura gli fece capire la sua sorpresa.
Flaminino trattenne il respiro. Aminandro era un traditore, o alcuni dei suoi uomini erano soltanto degli idioti orgogliosi che volevano provocare Roma?
La risposta giunse pochi istanti pi tardi, quando la guardia latr un ordine. Dopo pochi istanti, le porte si aprirono, con un forte cigolio.
Potrebbe essere una trappola, signore, lo avvert l'ufficiale di cavalleria, mentre Flaminino spronava il cavallo ad avanzare.
Non sono cos stupidi, dichiar Flaminino, ormai certo di aver intuito la verit. Se mi uccidessero, ogni uomo della fortezza finirebbe in croce.
Aveva deciso la propria reazione prima ancora di uscire dalle ombre scure proiettate dalla grande entrata ad arco. Al di l di essa, c'era un cortile racchiuso in parte dai bastioni e in parte da un'imponente cittadella. Sulle mura c'era forse una quarantina di guerrieri, cosa che rafforz ancora di pi la convinzione di Flaminino. Le porte erano state chiuse da qualche giovane testa calda spavalda; era possibile che Aminandro, che amava molto il vino e magari era ancora a letto, non si fosse neanche reso conto di quello che avevano fatto. Flaminino attese che tutta la scorta fosse entrata, prima di ordinare alla cavalleria di spostarsi da una parte e ai triari di formare un circolo difensivo intorno a lui. I centurioni sorpresi obbedirono. Lui non smont, n chiese di vedere Aminandro. Alz lo sguardo gelido alla passerella sopra la porta, dove ancora si trovava la sentinella insolente, che si poteva notare per la cresta rossa di crini di cavallo sull'elmo.
Scendete!, ordin Flaminino. Voglio parlarvi.
Le quattro sentinelle si guardarono. Si scambiarono qualche parola. Chi di noi?, domand un soldato con una corazza di bronzo ammaccata.
Tutti e quattro.
Flaminino mosse la lingua nella bocca secca. Se non avessero obbedito, avrebbe dovuto mandare sulla passerella i triari e la situazione sarebbe degenerata in fretta. Il risultato sarebbe stato lo stesso, comunque: un completo massacro. Le sentinelle sembrarono capirlo e, un attimo pi tardi, le scale di legno cigolarono sotto i loro passi. I triari si divisero per far passare i quattro. A una parola del loro ufficiale, i legionari si spostarono verso l'interno, puntando decine di spade contro la schiena degli Atamani.
Le sentinelle, adesso visibilmente a disagio, raggiunsero Flaminino. L'insolente era anche il pi giovane, e la cosa non lo sorprese; l'elmo era la parte migliore del suo equipaggiamento. Aveva un'armatura di tessuto imbottito, che sembrava abbastanza vecchia da essere stata usata da suo nonno. A giudicare dai loro volti, due di loro erano fratelli, sui venticinque anni, con armi e armature di buona qualit. L'ultimo doveva essere il capo, un veterano dall'aria sicura sulla trentina d'anni, e l'unico, con tutta probabilit, che doveva aver visto qualche battaglia. L'Atamania era un piccolo stato, che non andava in guerra molto spesso quanto i suoi vicini pi grandi.
Deponete le armi, ordin Flaminino, desiderando che Galba e il suo servo Beniamino fossero tra loro.
Le sentinelle si scambiarono sguardi sconvolti.
Perch?, domand quello insolente.
Siamo alleati, protest uno dei fratelli. L'Atamania e Roma sono alleate.
Ah, ed era per questo che le porte erano chiuse, giusto?, scatt Flaminino.
Fate come dice, ordin il capo.
Nessuno si mosse.
Flaminino lanci uno sguardo ai centurioni pi vicini. Uno sguardo che diceva: Al mio ordine, abbattetevi su di loro con le spade sguainate.
Fatelo!, url il capo.
Lance e spade tintinnarono sulla pavimentazione di terra battuta. I fratelli ebbero il buonsenso di tenere lo sguardo basso, ma il ragazzo insolente non riusc a trattenersi e fiss Flaminino dritto negli occhi.
Questo idiota ha agito da solo, decise Flaminino. Scommetto che Aminandro non ne sa niente. Era un bene, perch, in caso contrario, avrebbe dovuto far scorrere ancora pi sangue. Sappiate che sono console di Roma, e comandante di quattro legioni, dichiar, in greco. Ogni uomo in cima a queste mura sa di me. Non  vero?.
Il capo dei quattro sembrava preoccupato. S.
Aminandro  alleato di Roma. Dunque, perch le porte erano chiuse?.
Un'espressione imbarazzata si disegn sul volto del capo. Alcuni di noi pensano che Gomphi debba appartenere all'Atamania.
Flaminino scoppi a ridere. Gomphi, che le mie truppe vi hanno aiutato a conquistare?
S. Il capo fece un gesto impotente. Hanno chiuso le porte contro il mio volere.

Sei stato troppo debole per impedirlo, pens Flaminino. Cerc con lo sguardo il centurione pi vicino, un tipo solido, e parl in latino: Giustizia la sentinella con la cresta rossa, e i due che sembrano fratelli.
Flaminino trov molto facile immaginare Galba nel primo dei tre.
S, signore. Il centurione sguain la spada e, senza esitazione, la piant nel ventre del ragazzo insolente. Mentre crollava urlando, lo infilz nel collo. Si spost di lato mentre ritraeva la lama, lasciando che il sangue schizzasse il terreno invece delle sue gambe. La sentinella croll ai suoi piedi, mentre le sue labbra ancora si muovevano in una scioccata protesta. Mentre i due fratelli morivano per mano dei triari, il capo non pot che restare a guardare la scena con orrore.
Flaminino l'osserv con disprezzo. Se avessi avuto un minimo pi di palle, i tuoi compagni sarebbero ancora vivi.
Flaminino!. La voce di Aminandro si fece sentire dalla cittadella.
Torna al tuo posto, ordin Flaminino alla sentinella.
Mentre l'uomo terrorizzato obbediva, lui si gir con noncuranza.
Con addosso un chitone macchiato di vino, Aminandro stava scendendo di corsa le scale che davano sul cortile. I triari aprirono la formazione per farlo passare. Corpulento, aveva un volto aperto e amichevole. I capelli neri piuttosto radi erano dritti in tutte le direzioni, e mostrava due profonde occhiaie. Guard oltre il cavallo di Flaminino, verso i tre cadaveri distesi al suolo.
Per il Tartaro! Che  successo?
Le porte erano chiuse, quando sono arrivato, spieg Flaminino.
Aminandro sembr confuso. Avevo ordinato di farle aprire all'alba.
Le tue sentinelle le hanno chiuse in faccia a una delle mie pattuglie.
Ti porgo le mie pi profonde scuse, Flaminino. Ero a letto... non ne sapevo nulla. Aminandro accenn ai cadaveri. Sono stati loro?
Sei stato tu a ordinarglielo?
No! Certo che no. Non farei mai.... Aminandro si impappin e tacque.
Lo shock dell'Atamano era reale, cap Flaminino. Le sentinelle avevano agito di loro volont, ma Aminandro non poteva non ricevere una punizione. Immaginando ancora una volta che ci fosse Galba, davanti a lui, Flaminino domand: Avresti mai conquistato Gomphi, senza il mio aiuto?.
Gli occhi di Aminandro guardarono i corpi delle sentinelle e poi tornarono su Flaminino. Io... no.
Non ti ho sentito, ringhi il console.
L'attacco non avrebbe avuto successo, senza i tuoi soldati.
Esatto. I difensori si sono arresi quando le scale dei miei legionari si sono posate contro queste mura. Se non fosse per me, saresti ancora rintanato in Atamania. Occupi questa fortezza perch io lo permetto. Ci siamo capiti?
Aminandro deglut a vuoto. S.
Flaminino guard la cavalleria e i triari. Noi torniamo all'accampamento. In formazione!. Spron il cavallo verso le porte.
Si mosse cos in fretta che Aminandro dovette correre per affiancarlo. E la nostra riunione, pi tardi? E Atrace?
Considerati fortunato a non giacere nella polvere con le tue sciocche sentinelle, rispose Flaminino.
Aminandro chiuse di scatto la bocca.
Quell'idiota avrebbe tenuto meglio a freno i suoi uomini, in futuro, pens Flaminino con soddisfazione.

Usc da Gomphi senza guardarsi indietro.

Capitolo 45.

Fortezza di Atrace, Tessaglia.

Demetrio lanci uno sguardo oltre i bastioni e desider di non averlo fatto. Dall'ultima volta che aveva guardato, non molto prima, una gran parte dell'esercito di Flaminino era arrivata. Ora Atrace era per met circondata. Mancavano circa due ore al tramonto, e a quel punto la fortezza lo sarebbe stata del tutto. La colonna nemica non sembrava avere pi fine, mentre arrivava marciando dalla direzione di Gomphi, a ovest. Demetrio not hastati, principes e triari. C'erano cavalieri numidi, guerrieri illiri e dardani, e centinaia di soldati epiroti. In mezzo al rumore dei passi e al cigolio delle ruote dei carri, aveva sentito uno strano rumore; Simonide aveva spiegato che si trattava del barrito degli elefanti. Demetrio non aveva ancora visto le grandi bestie grigie; ed era un bene, pens.
I nemici erano cos tanti da chiedersi come chiunque, delle truppe macedoni all'interno delle mura, potesse sopravvivere. Due chiliarchie e qualche centinaio di arcieri cretesi, pens cupamente, contro pi di venticinquemila nemici.
 una vista meravigliosa, eh?.
Demetrio sobbalz. Per essere cos grosso, Filippo sapeva muoversi in modo molto furtivo.
Vero?
Immagino di s, ammise Demetrio, alzando lo sguardo verso il magnifico cielo rossastro sopra le montagne, che fino a quel momento aveva ignorato.
Un uomo potrebbe morire contento, con un paesaggio come questo. E magari lo faremo, eh?, comment Filippo, con quella sua roboante risata di pancia.
Come fai a essere cos allegro?. Demetrio trovava l'atteggiamento sereno del compagno a dir poco sconvolgente.
Filippo gli batt una pacca amichevole sulla spalla, facendolo barcollare di lato. Eccoti qui, ragazzo, e cos anche i tuoi due giovani amici. Andrisco  qui, e anche Simonide, Zotico, e quello stronzo di Empedocle. Quel bastardo brontolone di Dione non manca neppure. E tutta la fottuta chiliarchia, perch il re ha scelto noi, noi, per difendere Atrace. Abbiamo delle comode stalle in cui dormire, con fieno morbido come letto. E c' abbastanza carne di pecora, qui..., Filippo indic gli animali racchiusi nel recinto sotto di loro, ...per cibarci per un mese.
Un mese non  molto, fece notare Demetrio, a cui non piaceva molto quello che stava dicendo il compagno.
Filippo rise di nuovo. Sar finita ben prima di un mese, in un modo o nell'altro. Dicevo, le cantine sono piene di vino, per la maggior parte bevibile. S, quei figli di puttana dei Romani sono qui, ma ci sono anche un grosso muro e un fossato, tra loro e noi. Quando scaleranno le difese o butteranno gi le porte, li faremo a pezzi. Alla fine, saremo sopraffatti, ma moriremo da uomini. Come gli eroi delle Termopili! Perch non dovrei essere felice?.
Era il discorso pi lungo che Demetrio avesse mai sentito venire da Filippo. Dovette ammettere che il grosso compagno aveva ragione. Era un onore enorme essere stati scelti per difendere Atrace, anche se significava morire l.
Era nella falange, ormai, pens Demetrio. E avrebbe combattuto, e sarebbe morto, se necessario, perch la difesa della Macedonia era il suo dovere. Lanci uno sguardo a Filippo. S. Meglio essere con voi stronzi, immagino, che in qualsiasi altro posto.
Questo  lo spirito, comment Filippo, mollandogli un'altra possente pacca sulle spalle. E ora sei in sesta fila e tutto. Avrai presto l'occasione di bagnare di sangue la tua sarissa.
Demetrio sent i nervi tendersi, ma sorrise. Sei pazzo.
Filippo scoppi di nuovo a ridere. Dice il cucciolo che ha affrontato due falangisti veterani.
Demetrio sbuff, divertito. Guard Filippo negli occhi, e il gigante rise pi forte. A quel punto, anche il ragazzo non riusc pi a trattenersi. Risero e risero, finch non cominciarono a sentire la pancia che faceva male e le lacrime che scorrevano sulle guance.
Che c' di tanto divertente?, domand Simonide, guardandoli dal basso.
Demetrio tent di parlare, ma non ci riusc. Indic Filippo, che esplose in un'altra delle sue possenti risate.
Idioti, comment Simonide, ma stava sogghignando anche lui.
Quando infine smisero di ridere, restarono comunque di buonumore. Avevano contagiato anche le altre sentinelle; mentre poco prima c'era stato solo un cupo silenzio, adesso parlavano e scherzavano tra loro. Nel cortile, dove non si poteva vedere il nemico, gli uomini bevevano, lottavano scherzosamente tra loro e lucidavano le armi. Il ricco profumo del montone arrosto si sollevava dai fal.
Questa  casa mia, pens Demetrio, avvertendo e amando il piacevole sentore di cameratismo nell'aria. Ricord quanto fosse stato difficile sopravvivere per le strade di Pella, e poi la fatica che aveva fatto come rematore. Sarebbe stato molto pi al sicuro di quanto non fosse adesso, ma non sarebbe tornato a nessuna delle due vite, neanche per tutto l'oro del tesoro del re.
Gli artiglieri di Flaminino ci misero un giorno intero ad assemblare le catapulte e le baliste. Altri due giorni passarono mentre l'artiglieria cercava di spezzare le possenti mura di Atrace, che erano alte quanto cinque uomini e spesse quanto due sdraiati in orizzontale. La pioggia di colpi non serv a nulla, perch le catapulte non erano abbastanza potenti per danneggiare le difese. Una sentinella era stata uccisa, ma, come aveva detto Simonide, era successo perch quello sciocco si era messo a osservare l'artiglieria. Alla fine, una pietra gli aveva staccato la testa.
Le catapulte macedoni in cima alle mura, invece, se l'erano cavata molto meglio, distruggendo tre di quelle romane. Un attacco notturno ordinato dal comandante della fortezza aveva avuto ancora pi successo; una dozzina di pezzi d'artiglieria erano stati bruciati, perdendo solo pochi soldati. La mossa, tuttavia, era stata prematura. Le armi dei nemici furono controllate con molta pi attenzione, da quel giorno in avanti, e Demetrio e i suoi compagni non poterono fare altro che stare a guardare, mentre dozzine di grossi tronchi d'albero venivano trascinati dai muli fuori dalle foreste nei dintorni. Centinaia di legionari lavoravano dall'alba al tramonto, per costruire pezzi d'artiglieria pi grandi di quanto i Macedoni ne avessero mai visti. Le munizioni che avrebbero usato, massi grossi quanto la met di un cavallo, promettevano di riuscire nell'impresa in cui i precedenti avevano fallito.
Le due enormi catapulte - e il fatto che Flaminino avesse ordinato di costruirne solo due era inquietante, a dir poco - furono completate quasi nello stesso momento, nel tardo pomeriggio del sesto giorno di assedio. Grida di esultanza si levarono dai legionari pi vicini, mentre, sulle mura, le sentinelle li guardavano abbattute. Antileone, che aveva passato giorni a lamentarsi che l'attesa fosse peggiore di quanto stava per succedere, era stranamente silenzioso. Demetrio chiese a Zeus di distruggere quelle macchine con i suoi fulmini, ma, com'era ovvio, non accadde nulla. Cimone era cupo come non mai.
Barbari bastardi, ringhi. Romani figli di puttana.
Insultarli non servir a niente, intervenne Simonide, comparendo in cima alla scala pi vicina.
Cimone borbott un'oscenit finale e si zitt.
Simonide osserv le catapulte, sul punto di essere caricate.  stato dato l'ordine: un uomo ogni quattro deve restare sulle mura. Gli altri devono scendere nel cortile. Not lo sguardo interrogativo di Cimone. Soffriremo meno perdite quass, in questo modo.
Era una decisione sensata, pens Demetrio, che ricordava in vividi e sanguinolenti dettagli quanto fossero state letali le catapulte ad Abido.
Simonide cammin sui bastioni, contando e ordinando ad alcuni uomini di scendere. Ben presto, gli unici a rimanere sulle mura della loro fila furono Antileone, che era alla sinistra di Demetrio, Empedocle, alla sua destra, e Simonide, un po' pi avanti. Sarebbero rimasti sulla met della lunghezza del muro frontale; quattro falangisti di un'altra fila occupavano l'altra met.
Senza preavviso, una delle catapulte nemiche scatt. Demetrio fu colto di sorpresa; si era aspettato pi cerimonie. Osserv il masso tagliare l'aria con orrore e attrazione insieme. Atterr dopo una traiettoria troppo breve, fermandosi nel terreno a cinquanta passi dalle mura e rimbalzando con le ultime energie fin dentro al fossato difensivo. Un tempo, Demetrio avrebbe urlato di trionfo a quel fallimento, ma ormai sapeva che era solo un colpo di prova. Sent lo stomaco contrarsi quando anche la seconda catapulta tir. Anche il suo masso arriv corto, ma non cos tanto. La pietra riusc a colpire la base delle mura, facendo volare pezzi di mattoni.
Ci fu una breve attesa, mentre gli ufficiali di artiglieria ordinavano gli aggiustamenti necessari. La seconda salva fu pi precisa: una pietra colp le difese, distruggendo una sezione dei bastioni tra Demetrio ed Empedocle, mentre l'altra fin nel cortile, uccidendo diverse pecore. Il cuore di Demetrio martellava a un ritmo violento contro le costole. Restare dove si trovava era chiedere al nemico di usarlo come bersaglio. Ma doveva restare immobile; l'ordine era stato dato; Antileone era l, e anche Simonide, e quel figlio di puttana di Empedocle. Erano l tutti insieme.
La terza volta, entrambi i massi colpirono le mura, sebbene non vicino ai quattro compagni. Frammenti di roccia volarono in alto; delle lastre si staccarono e scivolarono nel fossato. Con sorpresa e sollievo di Demetrio, non ci furono altri lanci. Aveva pensato che i Romani potessero martellare la fortezza finch non fosse calato il buio, ma, come Simonide spieg pi tardi, Flaminino doveva aver deciso deliberatamente di ritardare l'uso delle catapulte.
Quel cane astuto vuole che ci sdraiamo stanotte con l'angoscia del giorno che verr. La paura distrugge il coraggio di un uomo, dichiar Simonide. Osserv i volti carichi di aspettativa dei compagni. Ed  per questo che stiamo arrostendo due pecore su questo fuoco, e abbiamo del buon vino con noi. Verseremo libagioni ad Ares, e poi ci riempiremo la pancia e berremo diverse coppe di vino ciascuno, ma non troppe, mi raccomando. Il Peana ci sollever il cuore, e domattina affronteremo qualsiasi cosa quei bastardi ci proporranno.
Nonostante il discorso di Simonide, era difficile provare entusiasmo di fronte alle catapulte romane e ai legionari che le avrebbero seguite. Sentendosi in colpa, Demetrio guard di sottecchi i suoi compagni. Filippo sembrava tranquillo, ma lui era Filippo. Andrisco era un cos bravo soldato che era impossibile immaginare che non potesse fare la sua parte. Empedocle si rosicchiava le unghie, mentre Zotico borbottava qualcosa a un altro veterano. Cimone e Antileone sembravano spaventati, come anche la gran parte degli altri, ma tutti annuivano verso Simonide.
Mantieni i nervi saldi, si disse Demetrio. Mantieni i nervi saldi.
Simonide sollev in alto la sua coppa. Potente Ares, guida le nostre lance, domani. Facci morire da uomini. Vers il vino, che sfrigol nel fuoco.
E cos, si alzarono tutti in piedi, facendo le loro libagioni e le loro richieste al dio della guerra. Demetrio riemp la coppa di ogni uomo dall'anfora che avevano ottenuto, e tutti bevvero. La morte sembrava certa, ma Simonide aveva fatto sembrare a tutti che Ares stesse sorridendo loro dall'alto.
Non si poteva chiedere di pi, pens Demetrio.

Capitolo 46.

Fuori da Atrace.

A quanto pareva, nessuno aveva visto lo scontro tra Felice e Antonio e il loro vecchio centurione a Faloria, a parte il giovane che aveva colpito Matone con la sua lancia, certo. Le possibilit che potesse riferire qualcosa a un Romano erano minime, tuttavia i fratelli l'avevano cercato in lungo e in largo per la citt. Alla fine, avevano trovato un corpo mutilato, e l'avevano identificato solo per i lunghi capelli castani. Felice fu lieto di non averlo dovuto uccidere, ma l'avrebbe fatto, se necessario. Non avrebbe esitato a togliere la vita a un uomo, pur di liberarsi per sempre del malevolo centurione.
La morte di Matone non aveva del tutto tranquillizzato i due fratelli. Lo scontro era avvenuto nel bel mezzo di una battaglia, ma questo non significava che nessuno li avesse visti. Nei giorni successivi al saccheggio di Faloria, Felice e Antonio avevano origliato qualsiasi conversazione con le orecchie tese. Quando Pullone aveva chiesto loro cosa avessero fatto nel corso della conquista della citt, come faceva sempre dopo una battaglia, i due si erano sentiti male per il nervosismo.
Ormai, comunque, sembrava acqua passata, pens Felice, godendosi il calore del sole nascente sul viso. Pullone non aveva fatto troppe domande. Matone era morto; il loro segreto era al sicuro. Se lui fosse riuscito a riguadagnarsi il favore di Pullone, avrebbe potuto sperare perfino in una promozione. Quel giorno, i fratelli avrebbero dovuto affrontare nuovi pericoli, ma almeno sarebbero venuti dai Macedoni. Tra le fila dei Romani, il morale era alto. Non tutti avevano visto i colpi di prova delle catapulte, il giorno prima, ma si era sparsa la voce di come, con tre tentativi ciascuna, fossero riuscite a causare gi gravi danni alle mura della fortezza. Qualcuno diceva che le grandi macchine da guerra avrebbero polverizzato le fortificazioni. Dopodich, i difensori avrebbero perso ogni speranza. Ne sarebbe seguito un massacro, come a Faloria.
Felice sospettava che la battaglia non sarebbe stata cos facile, ma comunque aveva un buon presentimento, mentre se ne stava con Antonio e i compagni a guardare gli artiglieri che preparavano le macchine. Dozzine di elmi segnavano le posizioni dei Macedoni sui bastioni; di sicuro li stavano osservando.
Quei poveri bastardi devono sapere che stanno per morire.
Cosa faresti, tu, se fossimo noi a stare l e ti ordinassi di stare sulle mura?, domand piano Pullone.
Obbedirei, signore, replic Felice, comprendendo il punto. Stanno eseguendo degli ordini, proprio come noi.
Gi.
Meglio loro che noi, comunque, borbott Felice, quando Pullone si fu allontanato abbastanza.
Whoosh. La prima catapulta scatt. La sua pietra vol in alto, si ferm per un attimo all'apice della traiettoria ad arco e poi piomb gi, colpendo la cima delle mura con forza terribile. Si levarono delle grida. Una sezione dei bastioni croll, finendo nel fossato e portandosi dietro diversi difensori. La pietra della seconda catapulta arriv a breve distanza dalla prima, causando altri danni e vittime.
La pioggia di pietre continu senza tregua. Ogni quindici o venti battiti, senza fermarsi, le catapulte scattavano, mirando sempre alla stessa parte delle mura. L'obiettivo era semplice: creare un buco abbastanza grande da far entrare ad Atrace la fanteria. Felice osserv la scena, affascinato. Nella guerra contro Annibale, c'erano stati ben pochi assedi; non aveva mai visto una posizione nemica bombardata in modo tanto brutale e drammatico.
Non dovettero attendere a lungo. Forse due ore dopo, il lancio delle catapulte aveva aperto una breccia di dimensioni sufficienti nelle mura. Un grosso mucchio di pietre e mattoni era finito nel fossato, una sorta di rozza scala che i Romani avrebbero potuto usare. Flaminino osservava la scena; poco dopo, gli artiglieri si fermarono. Le truppe alleate si mossero per prime. Urlando le loro feroci grida di guerra, gli Epiroti caricarono in testa al gruppo, arrampicandosi sulle macerie ammucchiate. Una pioggia irregolare di frecce da parte di arcieri situati ai lati della breccia uccise o fer forse una dozzina di uomini, e poi i primi guerrieri raggiunsero il passaggio. L esitarono per un attimo, prima di entrare nella fortezza e sparire alla vista. I loro compagni li seguirono a centinaia, finch le pietre cadute non brulicarono di soldati.
Intorno a Felice, gli uomini si spintonavano ed esclamavano che non sarebbe stato necessario il loro intervento per vincere la battaglia. Anche lui cominci a sentirsene piuttosto certo. Demoralizzati e circondati da un numero schiacciante di nemici, i difensori sarebbero crollati davanti ai coraggiosi Epiroti.
Fu dunque molto sorpreso quando delle urla confuse si udirono dai guerrieri visibili. L'attacco era appena cominciato; una vittoria decisiva di una delle due fazioni sembrava improbabile. A meno che, pens Felice, con una stretta allo stomaco, gli Epiroti non stessero perdendo.
Le prime grida si fecero urla terrorizzate, poco dopo. Gli uomini nel varco indicarono qualcosa e cominciarono a tornare indietro verso il fossato. I loro compagni che ancora stavano scalando la breccia si fermarono e fecero lo stesso.
Quello che segu fu prevedibile in modo sconvolgente. Nel giro di una cinquantina di battiti, la ritirata degli Epiroti divenne una rotta disordinata. Folli di terrore, i guerrieri tornarono di corsa fuori dalla breccia in cui erano entrati cos sicuri di s soltanto poco prima. I feriti, o chi era inciampato, furono calpestati senza piet; nessuno li aiut a rialzarsi.
Ben presto, la piena fin. Un'ultima figura patetica raggiunse la breccia dall'interno, e fu abbattuta da un arciere sul bastione. Era impossibile giudicare quanti guerrieri fossero caduti o fossero stati lasciati indietro, consider Felice, con aria cupa, ma di certo era un numero considerevole. Ora c'era da capire se Illiri e Dardani fossero in grado di fare di meglio.
Il secondo attacco fall prima ancora di cominciare. Tutti avevano visto gli Epiroti fuggire di corsa. Illiri e Dardani, a cui mancava la disciplina romana, avanzarono fino alla breccia con ovvia riluttanza. Salirono con cautela lungo il mucchio di pietre e mattoni e, arrivando al buco nel muro, si fermarono del tutto. I loro capitrib urlarono e cercarono di spingerli avanti, ma molti non obbedirono, e perci i pochi che lo fecero arrivarono dall'altra parte pressoch indifesi.
Ancora una volta, il clangore delle armi si lev dall'interno della fortezza, ma non dur a lungo. Pochi attimi dopo, mezza dozzina di guerrieri torn fuori a stento dalla breccia. Gli altri, che gi erano scesi al livello del fossato, lanciarono uno sguardo alla breccia e fuggirono verso le linee romane.
Breve ma intenso, pens Felice con rabbia. I guerrieri alleati avevano combattuto bene, nelle precedenti battaglie; il loro fallimento non faceva presagire nulla di buono.
La determinazione di Flaminino non vacill. Le trombe squillarono, ordinando l'avanzata degli hastati.
Questi Macedoni sono dei bastardi duri a morire. Bisognerebbe essere ciechi per non capirlo da ci che  successo, comment Pullone, cupo. Non ho un buon presentimento sugli hastati, e se falliranno, toccher a noi. Dovete restare uniti, all'interno. Ascoltate i miei ordini. Fate tutto quello che vi dico... avete capito, idioti?.
I principes borbottarono un poco entusiastico assenso.
Pullone  preoccupato, sussurr Felice ad Antonio.
Ovvio che lo sia, replic il fratello. Io sono terrorizzato, dannazione. Poi guard Felice. Far la mia parte, ma non ne ho alcuna voglia.
Anch'io, promise Felice, con la voce di colpo rotta. Perch tu sei qui, e anche Fabio, Matteo, Livio e Pullone.

Capitolo 47.

Il cuore di Demetrio martellava ancora con violenza. Era con i compagni nel cortile della fortezza. Rimasero schierati in formazione stretta: i guerrieri nemici inviati per secondi da Flaminino si erano ritirati qualche attimo prima, e, secondo gli ufficiali, un terzo attacco era imminente. Ci nonostante, un'aria di cupa soddisfazione si respirava all'interno di Atrace. Le perdite erano state minime, nel corso dei due primi assalti: in meno di venti erano caduti, e circa la met feriti. Nessuno, nella fila di Demetrio o in quelle ai suoi lati, aveva subto pi di un graffio.
Al contrario, il terreno davanti alla falange era costellato di cadaveri e feriti. In alcuni punti, i nemici erano caduti in mucchi alti fino al petto di un uomo. Le mosche si posavano su occhi spalancati e vitrei. Le mani insanguinate serravano ancora scudi e spade. Avevano la bocca spalancata, come se cercassero di chiedere aiuto a un compagno. Un braccio puntava dritto verso il cielo limpido. Il mucchio di pietre che conduceva alla breccia era coperto anch'esso di corpi, e da entrambe le zone venivano le urla di chi non era ancora finito nell'aldil. Demetrio guard i peltasti e gli arcieri che scendevano dalle passerelle con le spade pronte e pens che l'attesa dei feriti non sarebbe durata ancora a lungo.
Sebbene non avesse dovuto usare la sarissa, i primi scontri erano stati terrificanti. Alla fine, aveva visto la tempesta di bronzo verificarsi. L'apparizione dei nemici nella breccia gli aveva stretto lo stomaco; quando erano calati nel cortile sotto una pioggia di frecce e proiettili di frombole da parte degli uomini sui bastioni, Demetrio aveva desiderato di essere ovunque tranne che ad Atrace. Vergognandosi della sua paura, aveva stretto i denti e mantenuto la posizione.
Dello scontro non gli restava che un ammasso confuso di ricordi poco chiari. Un irregolare lancio di giavellotti da parte dei nemici. Le loro urla di battaglia che si erano trasformate in grida di terrore, quando si erano trovati davanti le sarisse. La follia di quei pochi guerrieri che si erano schiacciati negli spazi stretti tra le lunghe lance di ogni fila. E come l'uomo con la sarissa meno estesa rispetto agli scudi, ovvero il quinto falangista di ogni fila, aveva fermato quei guerrieri per sempre. Demetrio riusciva ancora a sentire Dione che ringhiava nell'affondare la lancia in avanti, e il rictus di agonia sul volto dell'uomo che aveva infilzato.
La seconda volta era stato pi facile, ma comunque terrificante. Demetrio cerc di non pensare agli attacchi successivi.
Le trombe squillarono, oltre le mura, e un fremito di aspettativa pass tra i falangisti.
Eccoli che tornano, disse Simonide, riecheggiando le parole che stavano rimbalzando lungo la prima fila della falange. Questa volta saranno legionari, molto pi difficili da affrontare, ma li respingeremo comunque. Controllate di non avere pietre instabili sotto i piedi. Se doveste scivolare nel momento sbagliato, dareste ai nemici un'opportunit incredibile.
Demetrio ci aveva pensato, ma poi l'aveva dimenticato del tutto. Mortificato di trovare diverse pietre abbastanza grosse da rischiare di sbilanciarlo, le spost di lato, ma non tanto quanto il suo equivalente, il sesto uomo della fila accanto alla sua. Alz lo sguardo e vide Filippo che si girava a fissarlo.
Pronto?, domand l'enorme falangista, terzo in fila dopo Simonide e Andrisco.
S. Demetrio fu grato di sentire che la voce non gli si spezzava.
Tieni l'aspide contro la schiena di Dione. Mantieni la posizione, e andr tutto bene. L'occhiolino di Filippo fu incoraggiante.
Empedocle, quarto in fila e con solo Dione tra lui e Demetrio, si gir. Aveva gli occhi di un serpente, freddi e duri. Hai paura, piedi sporchi? Dovresti averne.
Demetrio, con lo stomaco chiuso, non riusc a pensare a una risposta rapida.
Siamo tutti insieme in questa storia, come sai bene anche tu, ringhi Dione verso Empedocle. Risparmia le antipatie per un altro momento, Tremebondo.
Demetrio non avrebbe certo voluto causare ulteriori guai, ma, nervoso e furioso con Empedocle, non pot fare a meno di ripetere tra i denti: Tremebondo.
L'altro non pot che maledirlo in risposta, perch i legionari romani, hastati, a giudicare da elmi e armature, erano comparsi nella breccia. Subito, i falangisti in prima fila abbassarono le sarisse finch non furono parallele al terreno; gli uomini dalla sesta all'ottava fila le fecero scendere in parte, formando una sorta di tetto parziale di aste sopra di loro. Demetrio lo sapeva per esperienza: come le sarisse sollevate dell'ottava fila, sarebbero servite a fermare i giavellotti tirati dai nemici.
Diversi hastati furono uccisi da arcieri e frombolieri, ma gli altri entrarono nella breccia con gli scudi sollevati, raggiungendo il cortile con poche perdite. Erano a trenta passi dalla falange. Invece di correre contro i falangisti, come avevano fatto i loro alleati, i centurioni si presero tutto il tempo necessario a rimettere gli uomini in formazione. Le frombole scattarono e le lance volarono dall'alto, ma le formazioni romane non vacillarono.
Di, hanno una disciplina ferrea, pens Demetrio.
Adesso tireranno i giavellotti, disse Dione, borbottando una preghiera. Qualunque cosa tu faccia, non guardare in alto.
Le mani di Demetrio tremarono sull'asta della sarissa. Le strinse pi forte, grato che, guardando avanti, nessuno potesse vedere il terrore nei suoi occhi.
Dione aveva ragione. Poco dopo, i centurioni sul davanti dello schieramento romano urlarono un ordine. Ventine di giavellotti furono lanciati in alto. Demetrio fiss la schiena di Dione e cerc di non pensare alla morte che stava per piombare su di loro. Due frenetici battiti pi tardi, i giavellotti atterrarono. Tonfi e tintinnii si levarono intorno, quando colpirono dapprima le sarisse sollevate e poi elmi, aspidi e spalle umane. Uno rimbalz contro la corazza di Demetrio, piantandosi con la punta nel terreno tra lui e il falangista alla sua destra. Il suo sorriso sollevato svan quando un secondo giavellotto lo colp sull'elmo, rimbalzando e finendo a terra. Demetrio si sent come se un fabbro l'avesse colpito con il maglio pi grosso della sua forgia. Solo costringendo le ginocchia a bloccarsi riusc a restare in piedi. La sarissa ondeggi appena, come un ramo sotto un vento di tempesta, prima che riuscisse a serrare di nuovo la stretta sull'asta. Prese un respiro tremante, e poi un altro.
Alla fine, il mondo smise di roteare e riusc a riportare lo sguardo davanti a s. La preoccupazione per se stesso svan, quando vide che Dione era caduto. Aveva lasciato andare aspide e sarissa, serrando invano tra le dita il giavellotto romano che, per un colpo di sfortuna, era piombato gi dal cielo con un'angolazione perfetta. Mentre Demetrio si chinava in avanti, con un grido sulle labbra, Dione lasci ricadere le braccia. Era morto. La punta del giavellotto era penetrata nel punto in cui il collo si univa al busto, conficcandoglisi per pi di due spanne nel petto.
Qualcuno fischi. Delle voci urlarono in latino. Dei sandali chiodati risuonarono sulle pietre.
Quei bastardi stanno arrivando!, url Simonide. Tenete ferme le lance!.
Avanti!, grid qualcuno.
Stordito, Demetrio non cap che era a lui che si stava rivolgendo quel grido, finch l'uomo alle sue spalle non lo spinse avanti con l'aspide.
Sei in quinta fila, ora! Fatti avanti, muoviti!.
Demetrio super il corpo di Dione, in parte spinto dallo scudo che gli premeva contro la schiena. Spinse il proprio contro quella di Empedocle, che non sembr capire cosa fosse successo e port la sarissa in posizione.
ma-ce-do-nia!, url qualcuno.
roma!, rugg un'altra voce.
Il tentativo di Demetrio di gridare a sua volta fu soffocato dal crescendo di urla che si sollevavano dal cortile. La sua attenzione fu catturata dalla linea degli hastati e dagli scudi allungati che imbracciavano. Delle piume nere ondeggiavano in cima a ogni elmo, tramutando ogni nemico in un gigante. Ogni dieci o dodici uomini c'era un centurione, riconoscibile dalla cresta di crini di cavallo tinti. Sopra e dietro a quei legionari, altre centinaia ne stavano arrivando, discendendo dalla breccia, in una marea infinita. Quei soldati, pens Demetrio, nervoso, erano alcuni di quelli che avevano spezzato la falange al passo scuro. Forse ci sarebbero riusciti anche quel giorno. Era grato di essere incastrato tra le fila della falange. Non aveva altra scelta se non quella di combattere.
Attenti alle sarisse, i centurioni fecero avanzare con cautela gli hastati verso i falangisti, dunque lo scontro inizi con lentezza. I capifila e i secondi, ovvero le due file di sarisse pi allungate in avanti, agirono per primi. Simonide si slanci in avanti e, con un preciso colpo, spinse la lancia oltre lo scudo di un legionario, centrandolo all'occhio. Il bersaglio di Andrisco, l'uomo accanto alla vittima di Simonide, si abbass, e la sarissa lo manc, piantandosi invece nel suo scudo. Mentre l'astato tentava con tutte le forze di liberarlo, il capofila accanto a Simonide lo colp.
Altri hastati li sostituirono, chiudendo i varchi. Avanzarono oltre i cadaveri dei propri compagni. Delle schegge volarono dappertutto, quando colpirono le aste delle sarisse. Demetrio cominci a provare i primi momenti di panico. Se fossero riusciti a spezzare abbastanza lance, gli hastati si sarebbero potuti gettare in avanti per attaccare i falangisti corpo a corpo. Da vicino, i loro scudi molto pi grandi avrebbero garantito un enorme vantaggio.
Vuoi usare quella cazzo di sarissa, o la terrai in mano come se fosse il tuo inutile uccello?, sbott Empedocle.
Con un sobbalzo colpevole, Demetrio mir e spinse avanti la sarissa contro la bocca spalancata di un astato urlante. Entr e usc, abbattendolo. Un altro legionario comparve al suo posto, e Demetrio uccise anche lui. Non ebbe il tempo di sentirsi soddisfatto, perch la battaglia si fece pi feroce. I pi saggi tra gli hastati in retroguardia capirono di poter essere utili, e altri giavellotti piovvero rapidi e fitti. Le perdite furono inevitabili, e quando un falangista cadeva, la posizione della sua fila veniva momentaneamente indebolita dalla sarissa che finiva a terra, prima che l'uomo successivo nella fila potesse prendere il suo posto e sostituirla con la propria.
Pronti a sfruttare quelle opportunit, i centurioni mandarono degli uomini all'attacco. Scivolando e barcollando, penetrarono verso la linea di aspidi serrati, con i volti contorti dalla determinazione e dalla paura. Per un po', nessuno riusc a farsi avanti di pi di una dozzina di passi, prima che una sarissa lo mandasse all'altro mondo, ma alla fine i numeri cominciarono a fare la differenza.
Un astato attacc la fila alla destra di Demetrio, e in qualche modo riusc a raggiungere il capofila. O era follemente coraggioso, oppure protetto dagli di. Senza pi lo scudo, aveva due compagni alle calcagna, che lo usavano per proteggersi dalle letali sarisse. Altri hastati correvano dietro di loro.
La paura di Demetrio crebbe. Se fossero riusciti a passare, la falange si sarebbe spezzata come un ciocco di legno colpito da un'accetta. Non si rese conto che, dietro l'aspide, Simonide aveva lasciato andare la sarissa per sguainare il kopis. Mentre l'astato sbatteva contro il suo scudo, lui si sporse avanti e stacc con un fendente il braccio destro dell'uomo. L'astato successivo era abbastanza vicino, e cos deciso a chiudere le distanze con il nemico, che Simonide riusc ad aprirgli la gola con il movimento di ritorno verso l'alto della lama. L'uomo cadde all'indietro contro un terzo astato, urlando e schizzando sangue, e il lieve aumento della distanza tra la linea di aspidi diede a Demetrio la possibilit di infilzare il terzo astato su un lato del petto, sul fianco del suo pettorale di bronzo.
Tre compagni uccisi o mutilati nel giro di mezza dozzina di battiti bastarono a far vacillare gli uomini dietro di loro. L'esitazione ne vide due morire per mano di Andrisco e Filippo. Gli altri corsero verso i compagni, e, nonostante le urla furiose dei centurioni, quella sezione dello schieramento romano arretr appena.
Il comandante della speira l'aveva notato. Avanti di un passo!, ordin.
Demetrio si prepar, e quando Empedocle si mosse, gli fu dietro. Si sent pi sicuro, nell'avvertire l'aspide che gli premeva nella schiena: era come se potesse sentire i dieci compagni alle sue spalle. Quando fu dato ancora l'ordine di avanzare, i Romani si ritrassero di fronte alle letali sarisse. Adesso era soprattutto paura quella che si leggeva sui loro volti, emozione che non c'era fino a un momento prima.
Tre passi, e spingete!, fu ordinato.
Demetrio si sent come se Ares stesse guidando la sua sarissa. Si mosse avanti, sicura, colpendo un ufficiale romano, anche se non un centurione, purtroppo, alla guancia. La spinse ancora pi a fondo e poi la ritrasse, liberandola. L'ufficiale cadde, sparendo alla vista. Demetrio non seppe mai se fu il suo orribile urlo a convincere gli hastati a spezzare la formazione, ma un attimo prima sembravano schierati in ordine, e un attimo dopo quell'ordine si disintegr.
I centurioni, in ogni caso, riuscirono a ristabilire l'ordine in fretta, evitando che quella ritirata diventasse una rotta. I falangisti esultanti, tra cui Demetrio, non se ne curarono. I nemici erano stati ancora una volta battuti.
Che ne vengano altri, pens il ragazzo. Li massacreremo come pecore.

Capitolo 48.

Fuori da Atrace.

Felice fu sconvolto di vedere gli hastati cavarsela ben poco meglio degli alleati. Poco meglio, solo perch nel cortile ne erano stati uccisi di meno. Le perdite erano comunque gravi, e non erano riusciti a battere i Macedoni. Senza troppo caos, gli hastati tornarono alla breccia e scesero lungo le rocce ammucchiate che, fino a poco tempo prima, facevano parte delle difese.
Il numero di soldati mancanti e di feriti che si ritiravano fece capire subito che lo scontro era andato male, ma i principes ne seppero di pi quando Pullone ferm un centurione di passaggio. Insanguinato ed esausto, raccont una scena terrificante.
Non ci sono che lance, da una parte all'altra, l dentro, rivel. Non c' modo di arrivare a quei figli di puttana... nessuno.
E le passerelle sulle mura?, volle sapere Pullone.
Sono difese da arcieri, con dei peltasti alle spalle. Non ti invidio, fratello. Senza aggiungere altro, il centurione si riun ai suoi uomini, che marciavano poco pi avanti, distrutti.
Era ancora peggio di quanto avesse immaginato, pens Felice con timore crescente.
Pullone, come sempre astuto, avvert il nervosismo dei suoi uomini. Ordinando loro di svuotare la vescica e di controllare i lacci dei sandali, and avanti e indietro, ricordando loro che erano dei bravi ragazzi. Gli erano sembrati dei pezzi di merda, a Brindisi, e per la maggior parte del tempo lo erano ancora, aggiunse, strappando un sorriso a qualcuno di loro, ma erano ottimi soldati. Uomini coraggiosi che eseguivano gli ordini e si stringevano spalla a spalla in battaglia. Erano uomini che avrebbero sacrificato la vita per i loro compagni. Pullone si ferm davanti a Felice e ad Antonio. Il suo sguardo, di solito gelido, adesso era carico di emozione.
Sono fiero di guidarvi, fratelli. Fiero di potervi chiamare compagni.
Pullone non li aveva mai chiamati fratelli, fino a quel momento. Felice non riusc a trattenersi: pul-lo-ne!

pul-lo-ne! pul-lo-ne! pul-lo-ne!.
Qualcosa scintill, nell'angolo dell'occhio del centurione. Pullone lo tir via e abbass di scatto la mano, zittendoli. Ora basta. Zitti. Poi sorrise, e i principes esultarono. In circostanze normali, li avrebbe fatti a pezzi per aver disobbedito a un suo ordine, ma continu a sorridere. Idioti. Siete solo degli idioti, tutti quanti.
Pullone  davvero preoccupato, pens con tristezza Felice. Lanci uno sguardo carico di speranza al cielo. Marte, abbiamo bisogno di te. Solleva il tuo scudo davanti a noi.
Le trombe squillarono. Pullone torn al suo posto, al centro della prima fila. La sua centuria aveva la fortuna - o forse la sfortuna - di trovarsi proprio davanti alla breccia. Sarebbero stati tra i primi ad attaccare. Tra i primi ad affrontare i Macedoni, che erano gi riusciti a respingere tre assalti. Ogni passo verso l'imponente massa di Atrace era un passo verso l'Ade, pens Felice.
Alla base del muro crollato, i centurioni delle unit pi vicine ebbero una rapida conversazione. La centuria di Pullone sarebbe entrata per seconda; altri principes l'avrebbero seguita. Dovettero attendere, a disagio, mentre la prima centuria entrava. Alcune frecce rimbalzarono sugli scudi sollevati dei legionari. Nonostante la paura, Felice voleva attaccare. Prima l'avessero fatto, prima quell'insopportabile tensione sarebbe finita.
Siete pronti, fratelli?, domand Pullone.
S, signore!.
Felice guard. La prima unit era a met strada verso la breccia; il centurione urlava gi degli ordini.
Salite!, esclam Pullone. Tenete lo scudo davanti a voi e ricordate quei maledetti arcieri.
La centuria si frantum dopo i primi passi. Gi era abbastanza difficile per un uomo salire quel pendio di pietre e mattoni stringendo uno scudo davanti a s, ma tenersi in linea con i compagni era del tutto impossibile. Non aveva molta importanza, pens Felice: sarebbero tornati in formazione davanti alla breccia. Un piede dopo l'altro, a fatica, sal verso l'alto. Una freccia tintinn contro il suo scudo. Si guard ai lati. C'era Antonio, che imprecava perch si era appena sbucciato le nocche su un pezzo di intonaco. Anche Matteo era vicino, e borbottava tra s. Fabio era un po' pi indietro, e saliva con cupa determinazione.
Felice imprec tra i denti. Non c'era ritorno.
Ci siamo, disse Pullone. Pi anziano della maggior parte dei suoi uomini, era gi arrivato alla breccia. Una freccia gli colp l'elmo, ma lui non ci fece neanche caso. C' una gran bella vista, da qui, ve lo dico!.
Raggiungendolo, Felice non fu tanto sicuro di poter concordare con lui. I cadaveri di Epiroti, Illiri, Dardani e hastati si ammucchiavano gi fino al cortile. La prima centuria di principes stava scendendo con cautela verso il nemico, calpestando quel macabro tappeto di corpi. Un quadrato fitto di falangisti riempiva quasi l'intera area del cortile. Lo spazio per rimettersi in formazione era stretto, e, dal numero di cadaveri, gli sembr di capire che serviva pi che altro come spazio di contenimento, prima che la falange avanzasse per annientarli.
Dunque,  qui che morir, pens Felice. Non riusciva a immaginare altro esito, e, a giudicare dall'espressione tesa di Pullone, il suo centurione stava pensando la stessa cosa.
Portate quass le chiappe!, ordin Pullone.
Man mano che i contuberni arrivavano, li invi a unirsi alla prima centuria, che attendeva a met strada dal cortile. Quando la met dei suoi uomini ebbe raggiunto la breccia, lasci Livio a occuparsi degli altri e si un al gruppo pi in basso. Sembr passare un'eternit, con le frecce che colpivano gli scudi e i falangisti che li insultavano in un rozzo latino, ma alla fine le due centurie si schierarono affiancate. Non ci volle molto perch altre quattro centurie di principes li raggiungessero. I Macedoni, che distavano una trentina di passi dalla base del muro crollato, restarono ad attenderli pazienti, cosa alquanto snervante.
Pullone controll con uno sguardo che gli altri centurioni fossero pronti e indic il nemico con la spada. avanti!.
Felice e i suoi compagni erano in prima fila, e lui avrebbe dato qualsiasi cosa per non esserlo, e ancora di pi per essere in un qualsiasi altro luogo. Una fitta e scintillante fila di lance gli riempiva la vista. Molto lontano da quelle punte mortali c'erano i falangisti, con i loro scudi sovrapposti, e, ancora pi indietro, in file serrate, c'erano centinaia dei loro compagni, con le sarisse sollevate al cielo.
Pullone e l'altro centurione della prima fila fermarono gli uomini a una ventina di passi di distanza, e ordinarono di lanciare i giavellotti. Era una distanza pi corta del solito, ma la speranza di avere pi successo svan subito. Le sarisse sollevate spezzarono la pioggia di giavellotti, e ben pochi fecero qualche danno.
In formazione serrata!, ordin Pullone.
I principes si avvicinarono, finch soltanto le loro lame non spuntarono tra gli scudi. Nessuno parl. Un uomo nella fila dietro a Felice vomit. Riusc a sentire anche l'odore dell'urina, e lui stesso aveva un gran bisogno di svuotarsi di nuovo la vescica. Nonostante il rumore, tra le urla dei feriti e quelle degli ufficiali dei falangisti, riusc a udire l'affanno degli uomini spaventati. Anche il suo cuore martellava cos forte contro le costole da fargli male. Non sembrava esserci modo di spezzare quella formazione. Non c'era, decise. Stavano camminando sulle prove di quell'impossibilit, i cadaveri dei guerrieri alleati e degli hastati.
Resistete, fratelli, li esort Pullone. Nonostante il pericolo, la sua voce era calma e bassa come sempre. Davanti alle lance, voglio che un uomo ogni quattro da me si stacchi dalla formazione. Cercate di scivolare tra le aste: le lance, come vedrete, non si estendono tutte alla stessa distanza dagli scudi dei falangisti. Se riusciremo ad avvicinarci abbastanza alla prima fila, avremo una possibilit. Se perderanno alcuni uomini, la fila si spezzer, e avremo l'opportunit di affrontarli. Fate passare la voce.
Sembrava un attacco suicida, pens Felice. Grazie alle loro posizioni, per, n lui, n Antonio avrebbero dovuto seguire l'ordine di Pullone. Il sollievo che provava non dur a lungo. A dieci passi dalle lance nemiche, tutto il suo mondo sembr ridursi a una stretta galleria. Riusciva a vedere cinque punte di lancia, con le lunghe aste che correvano indietro verso una fila di scudi dipinti. Al di l di essi, riusc a scorgere i volti di alcuni uomini coperti dalle guardie laterali e dai frontali degli elmi. Occhi gelidi lo fissarono. Le labbra si muovevano in preghiere, o forse maledizioni, o entrambe le cose.
La nausea lo assal; di colpo, si ritrov con la bocca piena di bile. Deglut con forza. Hai ucciso un fottuto elefante, a Zama, si disse. Quella consapevolezza non gli diede sollievo. In quel momento in cui aveva un assoluto bisogno di vomitare, avrebbe preferito affrontare di nuovo una simile bestia. Tutto, pur di non avanzare contro le scintillanti lance macedoni.
Con me, fratelli!, grid Pullone, muovendo un passo avanti.
Felice lo copi. Uno. Due. Tre. Mai nella sua vita il semplice atto di muovere le gambe gli era sembrato cos difficile. Quattro, cinque, sei.
Degli uomini urlavano in greco. Intorno a Felice, altri pregavano, balbettando qualcosa rivolti agli di.
Marte, guidaci. Marte, guidaci. Marte guidaci, andava ripetendo qualcuno.
Il princeps che aveva vomitato non era il solo: diversi uomini lo stavano facendo, tra le file. Ma mantennero tutti la posizione. Terribile passo dopo terribile passo, si avvicinarono al nemico.
Nessuno aveva mai affrontato direttamente la falange; neanche Pullone era pronto a immaginare che sarebbero stati i Macedoni ad attaccare per primi. A diversi passi di distanza dalle lance pi vicine, risuon un singolo ordine in greco. Rapidi come serpenti, i falangisti affondarono le lance. Le punte scattarono avanti all'unisono, un'ondata letale di ferro affilato. L'uomo dietro a Felice fu colpito allo zigomo; mor soffocando nel suo stesso sangue. Felice fu fortunato: fu il suo scudo a intercettare la punta affondata contro di lui; tuttavia, si ritrov a lottare per restare in piedi, mentre il falangista continuava a spingere avanti l'arma. Altre due sarisse gli si avvicinarono rapide al volto, e una marea di affilate punte di lancia gli riemp il campo visivo. Terrorizzato, si abbass, e una di esse sibil in mezzo alle piume in cima al suo elmo.
Ogni quattro uomini... ora!, ordin Pullone.
Felice era cos impegnato a tentare di non farsi sfuggire di mano lo scudo e a evitare di essere infilzato dalle punte di lancia che non vide Pullone uscire dalla formazione, n l'uomo dietro Matteo spostarsi avanti per fare lo stesso. Lui non riusciva a fare altro che restare l immobile. L'indecisione lo afferr. Lasciare lo scudo l'avrebbe privato di ogni difesa. Se avesse resistito, non avrebbe potuto fare nulla.
Pullone  caduto!, grid Antonio, con la voce rotta.
Risucchiando aria tra i denti, sconvolto, Felice guard oltre il bordo dello scudo. A dieci passi di distanza, davanti a lui, Pullone si agitava, serrando l'asta di una sarissa conficcata nella sua gola. Un attimo dopo, le dita del centurione si afflosciarono e lui si accasci, portando gi la lancia con s.
Pullone  morto!. La notizia si diffuse rapida tra le fila dei legionari; sciolse il loro coraggio pi in fretta di neve sotto al sole del mattino. Il centurione  morto!.
Felice si sent consumato dal dolore e dalla paura. Incapace di liberare lo scudo dalla lancia nemica, presto avrebbe seguito Pullone negli inferi.
Quasi tutta la prima fila fece un passo indietro. Felice no: non poteva.
Gli ufficiali dei falangisti urlarono un ordine, e la falange avanz di un passo. Un altro ordine, e le sarisse scattarono avanti. Con la forza della disperazione, Felice si aggrapp allo scudo. I principes urlarono, mentre venivano infilzati. Alcuni vuoti comparsi nella prima fila non vennero riempiti. Sent un uomo dietro di lui cadere, e stratton di nuovo indietro, lottando con tutte le forze per liberare lo scudo.
In retroguardia, Livio grid agli uomini di ritirarsi in ordine.
Dobbiamo andare, fratello!, url Antonio. Le altre centurie si stanno ritirando.
Non posso!, replic Felice. Guarda il mio scudo!.
Lascialo cadere, cazzo!.
Solo i codardi o i morti lasciavano lo scudo sul campo di battaglia, pens Felice.
Una spinta. Come un solo uomo, i falangisti avanzarono di un altro passo. La mossa rischi di far perdere l'equilibrio a Felice, facendolo finire a terra con tutto lo scudo. Se fosse caduto, sarebbe morto senza dubbio: questo lo sapeva, in mezzo a tutto quel caos. La fila impenetrabile delle sarisse offriva soltanto morte.
Felice!, url Antonio, ancora al suo fianco.
Non pot sopportare l'idea che suo fratello morisse per lui. E stava per succedere. Lasci andare lo scudo. Libero dal peso, nudo davanti alle lance nemiche, scatt indietro, pregando di non perdere l'equilibrio.
I falangisti si spinsero ancora pi avanti, chiudendo le distanze. Altri uomini urlarono e morirono. Altri principes lasciarono cadere gli scudi. Felice vide un uomo alla sua sinistra voltarsi e dare le spalle al nemico. Subito dopo, un altro lo imit. La battaglia era persa, pens Felice, mentre una lancia infilzava il primo legionario alla nuca, riemergendo, tinta di sangue, da sotto il suo mento.
Ricordate Pullone, fratelli! Non rendete vana la sua morte!, rugg Livio. Guardate il nemico, mentre vi ritirate!.
Qualcuno lo sent. Determinato a onorare Pullone e armato di uno scudo preso a un cadavere, Felice obbed. Antonio fece lo stesso. Fabio, che aveva vacillato fino a quel momento, si un a loro. Altri due uomini si spinsero dietro di loro; e poi altri due ancora. Il loro divenne un nucleo solido che mantenne la posizione, spronato dalla disperata consapevolezza che una fuga disordinata li avrebbe condotti a morte certa. Arretrarono di dieci passi, con i falangisti che li seguivano.
Pullone, ripet qualcuno, pi e pi volte. Pullone.
Altri dieci passi. Livio stava urlando qualcosa, ma Felice non riusc a capirlo. Poi sent sotto i piedi i primi mattoni caduti dalla breccia. Sbilanciato, cadde all'indietro. La sarissa che l'avrebbe infilzato gli pass sopra la testa e si ritrasse. Le labbra di Felice si schiusero in una silenziosa e amara risata. Mai prima di quel momento la sua goffaggine gli aveva salvato la vita.
In piedi, fratello. Antonio aveva piantato la spada in un cadavere per mantenerla dritta, e gli stava stringendo un braccio. Forza, se vuoi vivere.
In qualche modo, Felice si alz. Antonio riprese la lama. Con Fabio accanto a loro, i tre continuarono ad arretrare, risalendo la collinetta di pietre e cadaveri. Da soli o due a due, i loro compagni stavano facendo lo stesso. Smaniosi di uccidere, i falangisti avanzarono ancora, con le sarisse che si spingevano in avanti in una terribile e aggraziata marea di ferro appuntito. Con grande sorpresa dei principes, a quel punto il pendio venne loro in aiuto, perch la salita ripida rese presto impossibile ai Macedoni di raggiungerli, anche con quelle lunghe lance. Tuttavia, non erano ancora fuori pericolo. Dai bastioni ai due lati della breccia, gli arcieri continuavano a bersagliarli con le loro frecce. Chi non fu abbastanza rapido a sollevare lo scudo fu abbattuto o ferito.
Pi tardi, Felice avrebbe osservato la breccia e calcolato che la loro risalita dal cortile e la discesa fuori dalla fortezza non poteva aver richiesto pi di quattrocento affannati battiti. Ma in quel momento, gli sembr che durassero un'eternit. Avrebbe ricordato alcune parti di quella ritirata fino al suo ultimo giorno di vita. Corpi sotto i piedi, alcuni ancora vivi. Urla e grida d'aiuto da parte di chi era rimasto indietro che si sollevavano fino al cielo limpido. Frecce che rimbalzavano su armature e rocce. Livio che ruggiva ordini e faceva del suo meglio per evitare una rotta. Insulti in rozzo latino lanciati dai falangisti vittoriosi. Fabio che borbottava una litania di bestemmie da far rizzare i capelli. Antonio, al suo fianco per tutto il tempo. In cima alla breccia, le trombe che squillavano l'avanzata.
I fratelli si fissarono con orrore.
Non stanno cercando di rimandarci l dentro, vero?, domand Felice, temendo di non avere il coraggio di tornare in quel calderone di morte.
I triari si stanno muovendo, disse Antonio.
Incredulo, Felice lanci uno sguardo verso le linee romane. Il fratello aveva ragione. Ogni triario delle quattro legioni in campo sembrava marciare verso la breccia.
Flaminino  forse impazzito? Quei poveri bastardi verranno massacrati.
Vuole la fortezza a tutti i costi,  chiaro.
Ma non c' modo di superare quelle maledette lance, dichiar Felice, ricordando con orrore la morte di Pullone.
Non ci faranno tornare l, concluse Antonio.
Poco dopo, raggiunsero il terreno pianeggiante davanti alle mura di Atrace. Contro ogni pronostico, erano sopravvissuti. Uno strano rumore raggiunse le orecchie di Felice; era la sua risata isterica. Siamo vivi!, sbott, ripetendo come un idiota: Siamo vivi!.
Se continuate a starvene l impalati, non continuerete a esserlo a lungo!. Livio era alle loro spalle, ed era comparso dal nulla, proprio come faceva sempre Pullone. Tenete su gli scudi. Guardate verso le mura. E seguitemi, a passo di marcia.
Felice non era mai stato pi lieto di eseguire un ordine.

Capitolo 49.

Irritato dal fallimento degli Epiroti, Flaminino aveva osservato il tentativo ben poco convinto di Illiri e Dardani con furia crescente. Quando anche gli hastati non erano riusciti a battere i difensori, aveva iniziato ad avere i primi dubbi sulla riuscita dell'attacco, ma aveva scacciato con rabbia quel pensiero dalla sua mente. I Macedoni erano stati messi all'angolo, si era detto, come ratti in una trappola. Erano in inferiorit numerica schiacciante, dozzine a uno. I suoi soldati si erano dimostrati validi combattenti diverse volte, a partire dalla primavera. Sarebbe stato lui il vincitore di quella battaglia, non quel cane di Filippo. Prov un profondo disprezzo al pensiero che il re macedone non fosse ad Atrace. Si crede come Alessandro, pens Flaminino, ma non  qui ad affrontarmi. Sono io che guido le mie truppe di persona, e sar io a trionfare.
Poco dopo, i principes sopravvissuti uscirono dalla breccia, e Flaminino cominci a chiedersi se non avesse sottovalutato il nemico. Con tutti quegli assalti falliti, la posizione dei falangisti doveva essere quasi inattaccabile. Se avesse ordinato ai triari di avanzare, molti di loro sarebbero morti. Ma gli ci volle solo un attimo per prendere quella decisione.
Ormai le cose sono in mano ai triari, dichiar, tirando fuori l'espressione venuta in uso anni prima dopo una battaglia molto violenta contro Annibale.
Devo farli avanzare, signore?, domand uno dei suoi ufficiali.
Il controllo ferreo di Flaminino cedette. Dannazione a te, s!.
L'ufficiale si affrett a obbedire.
Ci volle del tempo perch i seicento triari di ogni legione avanzassero dal loro solito posto in terza fila. A Flaminino non importava nulla del loro netto e ordinato schieramento e del loro passo sicuro, n del modo in cui gli elmi lucidi e gli umboni degli scudi scintillavano al sole. Osserv con crescente impazienza la loro avanzata verso la base della breccia. Andate l e schiacciate quei bastardi Macedoni, avrebbe voluto urlare.
Quando i primi triari sparirono alla vista, la tensione si fece insopportabile. Flaminino ascolt il clamore e le grida, cercando di immaginare la scena. Visualizz i veterani spezzare la falange come una noce viene schiacciata da un martello. E quando i Macedoni avessero ceduto al panico, i triari li avrebbero massacrati come agnelli al macello.
Arriv un messaggero, facendo sapere che avevano conquistato una posizione su uno dei bastioni, permettendo cos di fermare la pioggia di frecce e lance che aveva colpito le precedenti ondate di soldati. Gli optiones che erano rimasti nella breccia segnalarono la richiesta di rinforzi, e Flaminino cominci a sperare. Le cose stavano cambiando, pens. Atrace sarebbe stata sua, alla fine di quella giornata.
Le speranze di Flaminino si infransero contro la realt della situazione. Non molto dopo, i rumori che provenivano dal cortile della fortezza cambiarono. Le urla disperate superarono le grida di battaglia. Degli uomini cominciarono a cantare in greco. Subito dopo, grida di esultanza fecero capire quale fosse stato l'esito dello scontro, prima che alcuni triari comparissero sulla breccia e cominciassero la ritirata verso le legioni in attesa. Non avevano pi la disciplina con cui si erano avvicinati alla fortezza, n il loro schieramento ordinato. A coppie e a gruppetti, in molti intenti ad aiutare i compagni feriti, discesero a fatica il mucchio di pietre e mattoni crollati.
Forse la met non ritorn.
Flaminino alz lo sguardo al cielo in una silenziosa preghiera agli di, che tuttavia non sembravano volerlo ascoltare. Come a fargli capire ancora meglio che quel giorno stavano favorendo Filippo, delle nubi minacciose cominciarono ad ammassarsi sopra le montagne a ovest. Un vento pi freddo si alz. Stava arrivando un temporale. Stava arrivando l'autunno.
Flaminino avvert un sapore amaro in bocca. Maledetti succhiacazzi macedoni!, sbott a voce alta. Prov una perversa soddisfazione nel notare l'espressione scioccata dei suoi ufficiali.
Devo inviare altri triari, signore?, domand uno di loro.
No, idiota. Quella  una trappola mortale, in caso tu non te ne fossi accorto. Se quei triari non sono riusciti a entrare, nessuno pu farlo. Flaminino si lasci sfuggire un sospiro disperato. Fai ritirare gli uomini.
Ritirare, signore?
Cinque assalti si sono conclusi con il pi totale fallimento. Il tempo sta cambiando. Non  il momento di sprecare altri soldati, o di cominciare un assedio.
L'ufficiale sembr intimidito dallo sguardo furioso di Flaminino. Me ne occupo subito, signore.
Ricordando il volto di quell'ufficiale, per assicurarsi che quell'idiota fosse rimandato subito a Roma - Flaminino non sopportava i subordinati che mettevano in discussione i suoi ordini - gir il cavallo verso l'accampamento. Era dura accettare che Filippo fosse rimasto imbattuto. Non era cos che aveva immaginato di concludere l'anno. Le sue perdite non erano schiaccianti, ma non poteva negare di essere stato sconfitto.
Atrace era solo un piccolo ostacolo su una lunga strada, decise Flaminino, niente di pi. La campagna aveva ottenuto i suoi successi. Le legioni erano riuscite a superare la valle dell'Aous, conquistando Faloria e molte altre citt. Gomphi, a breve distanza da l, verso ovest, era in mani alleate, e per quanto non fosse contento di lasciarsi Atrace alle spalle, la fortezza alleata di Roma avrebbe dissuaso Filippo dall'idea di riprendersi i territori perduti. Nella successiva primavera, Gomphi avrebbe permesso alle legioni di avere una via diretta per entrare in Tessaglia.
Allo stesso tempo, Lucio, il fratello di Flaminino, avrebbe ottenuto altri successi a est. Il loro attacco simultaneo su due fronti avrebbe bloccato Filippo in Macedonia ancora prima che le ostilit ricominciassero. Le cose si sarebbero potute riprendere da dove le avevano lasciate quel giorno, pens Flaminino, e il Senato l'avrebbe capito. Non ci sarebbero stati altri scontri come quello di Atrace, avrebbe affermato la sua lettera ufficiale: in futuro, avrebbe ridotto le fortezze nemiche a un cumulo di macerie. E se Galba non fosse stato soddisfatto, non c'erano motivi a sufficienza per rimuoverlo dall'incarico.
Sarebbe stato ancora al comando, la primavera successiva, decise Flaminino, mentre le trombe squillavano dietro di lui.
La vittoria sarebbe stata sua.

Epilogo

Demetrio e i suoi compagni guardarono entusiasti i triari sconfitti che battevano in ritirata verso la breccia. Esultarono, mentre gli arcieri continuavano a scoccare frecce contro di loro, facendo altre vittime. Quando gli ultimi legionari svanirono oltre l'apertura nelle difese, uno strano silenzio cal su di loro. Avevano battuto il nemico, ma, considerando le dimensioni dell'esercito romano, le perdite erano state irrisorie. Immaginavano tutti che, dopo una breve tregua, sarebbe arrivato un nuovo attacco.
Non accadde.
Fu passato tra i falangisti del vino ben diluito, e i feriti ricevettero le prime cure. Stefano and avanti e indietro, dicendo ai suoi che erano dei veri uomini. Che era fiero di loro. E che, sebbene la battaglia non fosse finita, sapeva che avrebbero potuto vincere.
Con le guance rosse per il vino, di cui aveva gi inghiottito tre coppe, Demetrio applaud con gli altri. Quando Zotico gli disse che ora era un vero falangista, il ragazzo pens che sarebbe morto con orgoglio.
Le trombe risuonarono oltre le mura. Un fremito di eccitazione pass tra i soldati, insieme a un po' di paura. Qualcuno borbott che le catapulte avrebbero ripreso a colpire la fortezza per terrorizzarli prima di un altro assalto. Altri dichiararono che i triari sarebbero tornati per la seconda volta. Stefano, che li stava ancora incoraggiando, ignor gli squilli e afferm che i loro nomi sarebbero passati alla storia. Non not che gli arcieri pi vicini alla breccia si stavano agitando e gridavano. Infine, quando gli uomini cominciarono a indicare, Stefano spost lo sguardo su di loro e si zitt.
Un arciere port una mano alla bocca. Si stanno ritirando! Quei bastardi dei Romani se ne stanno andando!.
Un silenzio stordito regn a lungo, e poi, quando i falangisti capirono cosa stava succedendo, scoppi il pandemonio. Gli uomini esultarono e gridarono, battendo le estremit posteriori delle sarisse contro il terreno insanguinato. La solita indifferenza di Zotico spar nel nulla: usc dal fondo dello schieramento e si mise a saltare e ballare come un bambino eccitato. Cimone si gir a guardare Demetrio: aveva le lacrime agli occhi.
Ce l'abbiamo fatta! Abbiamo battuto i barbari!, esclam.
S, l'abbiamo fatto davvero, ribatt Demetrio, sorridendo finch la faccia non cominci a fargli male.
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FINE.
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Nota dell'autore.
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Nel corso degli ultimi dieci anni, ho avuto il piacere di scrivere romanzi sugli eventi pi importanti della storia di Roma, dalla seconda guerra punica alla ribellione di Spartaco fino alla battaglia della Foresta di Teutoburgo. Quest'anno, mi sono dedicato all'invasione della Macedonia e della Grecia nel 200 a.C. Poco nota al giorno d'oggi,  stata una serie di eventi di fondamentale importanza, che ha cambiato per sempre il mondo mediterraneo. Non  esagerato affermare che questa conquista abbia influenzato il futuro dell'Europa.
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Fino ad appena un quarto di secolo prima, intorno alle coste di quello che i Romani chiamavano Mare Nostrum, ovvero il nostro mare, esistevano ancora non meno di cinque potenze. C'erano Roma, Cartagine, la Macedonia, la Siria e l'Egitto. Giunti nel 197 a.C., due di queste potenze, Cartagine e la Macedonia, erano cadute sotto la potenza delle legioni romane. La Siria e il suo re seleucide furono sconfitti nel 190 a.C., lasciando in piedi solo l'instabile regno egizio dei Tolomei. A una velocit sconvolgente, la Repubblica romana era passata da potenza regionale a superpotenza. Molti hanno affermato che la via verso l'impero fosse inevitabile, da questo momento in poi.
Per aiutare il lettore a distinguere i Romani dai Macedoni e dai Greci, ho usato nomi romani e greci tradotti, anche quando si parla dal punto di vista dei personaggi principali, perch  cos che questi nomi vengono studiati sui libri di storia, e fare diversamente mi sarebbe sembrato fonte di confusione per il lettore. Probabilmente avr anche fatto qualche errore, e se  cos, vi prego di scusarmi! Le pennellate pi ampie di questa storia sono vere, come anche tanti dei dettagli pi piccoli. Filippo Quinto di Macedonia  stato un personaggio complesso e volubile, capace di capolavori tattici come di grandi errori, di estrema crudelt e di folle coraggio.
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I suoi primi successi sono dovuti in parte al patrigno Antigono Dosone, che aveva lasciato il regno in una posizione forte; la sua simmachia aveva stabilizzato le poleis greche e protetto la Macedonia. Il rapporto tra i due non ci  noto. Degli avversari di Filippo, Galba, Villio e Flaminino, si pu dire qualcosa in pi sull'ultimo. Non ci sono fonti storiche a dimostrare che Galba fosse subdolo come l'ho descritto io, n che avesse ricattato Flaminino. Quest'ultimo era una creatura rara, nella Roma repubblicana: un uomo che riusc ad agire come un re senza riceverne conseguenze. Inoltre, era un uomo contraddittorio: amava tutto ci che apparteneva al mondo ellenico, parlava greco, eppure fu lui a causare la fine della Macedonia e dell'indipendenza greca. Suo fratello maggiore, Lucio, era noto per essere un degenerato; nel 184 a.C. fu espulso dal Senato.
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Filippo e Annibale si allearono in segreto nel 215 a.C.; Senofane di Atene fu l'intermediario di questa alleanza. L'accordo fu scoperto e fermato per caso, come l'ho raccontato io. Filippo si impegn in una campagna lampo intorno all'Ellesponto nel 202 a.C., attaccando diverse citt, tra cui Chio e Abido. Atene dipendeva dal grano proveniente dai vari insediamenti greci intorno al Mar Nero; chiunque controllasse l'Ellesponto poteva mettersi quindi in una posizione molto forte. Sebbene Euripide e Neofronte siano personaggi immaginari, un'ambasciata dell'Etolia si present davvero a Roma in quel periodo per chiedere aiuto contro Filippo. Fu respinta senza appello, cosa che deve aver fatto sembrare ancora pi fastidioso l'improvviso voltafaccia che la Repubblica fece meno di due anni dopo.
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La battaglia di Zama si svolse come l'ho descritta; fu un finale molto triste per il genio militare di Annibale Barca. Il suo esercito era un coacervo di popoli e lingue diverse. Gli elefanti che usava erano animali delle foreste nordafricane, ora estinti. Pi piccoli dei loro cugini africani e asiatici, erano comunque armi formidabili, se ben addestrati. A Zama, Annibale aveva soltanto elefanti catturati da poco, e in Scipione trov un nemico che sapeva come affrontarli.  possibile, ma improbabile, che le truppe macedoni fossero presenti in quella battaglia. Il fatto che io le abbia inserite  stato un espediente narrativo. Aristotele racconta come gli avvoltoi tendessero a seguire gli eserciti. Ho inventato la fuga dei prigionieri dopo Zama, ma lo sconvolgente fustuarium esisteva davvero, come anche la decimazione; dopodich, i sopravvissuti erano costretti ad accamparsi fuori dal forte (quindi in pericolo), a mangiare l'orzo destinato di solito ai muli, e a privarsi della cintura militare (immagino perch in questo modo sarebbero sembrati delle donne). Scipione ottenne tre mesi di provvigioni per il suo esercito dai Cartaginesi, dopo Zama; inoltre, pag 400 assi a ogni soldato come premio per la vittoria.
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L'espressione rem ad triarios redisse, ovvero le cose sono in mano ai triari, risale alla seconda guerra punica; significa che hastati e principes hanno perso, e perci  il momento di mandare in campo le riserve. Insomma,  come dire che ci si trova in un mare di una certa sostanza organica ben nota, e senza remi. Gli optiones a volte erano posizionati alle spalle dei soldati e usavano i loro bastoni per spingere avanti gli uomini. I centurioni chiamavano effettivamente i loro soldati ragazzi o fratelli. La pratica di avanzare contro il nemico in silenzio  riportata dalle fonti durante l'impero; potrebbe essere stata utilizzata anche in precedenza. Non si hanno fonti riguardanti l'uso di fischietti da parte degli ufficiali romani, ma la loro utilit da vicino non pu essere negata.
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Nel 201 a.C., Filippo lanci un'altra rapida offensiva nelle Cicladi e in Asia Minore, ma fece il passo pi lungo della gamba. Le battaglie navali di Lade e di Chio si svolsero come le ho descritte. L'assedio di Chio potrebbe essere avvenuto in estate, e non in autunno. Dopodich, Filippo rimase intrappolato a Bargilia per quasi sei mesi. Il modo esatto in cui il re riusc a scappare non si conosce, ma mand uno schiavo nell'accampamento nemico con delle notizie false e fugg via mare durante la notte.
L'emissario romano Lepido and ad Abido, con il compito di riportare a Filippo le richieste spiacevoli e arroganti del Senato; la descrizione della loro conversazione fatta da Livio  eccellente. Il contatto di Flaminino con gli ambasciatori di Rodi e Pergamo  inventato, ma  probabile che la loro visita abbia influenzato l'improvviso voltafaccia del Senato.
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Secondo me, il rifiuto, da parte dei comizi centuriati, di accettare la prima mozione del Senato a favore di una guerra con la Macedonia  del tutto comprensibile. Dopo diciassette anni di brutale guerra con Annibale, la pace doveva essere una prospettiva allettante per la maggior parte dei Romani. Nei mesi successivi, devono esserci state numerose manovre politiche, nonch accordi segreti; la violenza  una mia invenzione, ma nel periodo della Repubblica la delinquenza politica era molto comune. Il discorso di Galba ai comizi centuriati  narrato da Livio nei minimi dettagli. Tra i riferimenti al suo interno c'erano l'assedio, da parte di Annibale, di Sagunto, citt spagnola alleata della Repubblica, atto che diede inizio alla seconda guerra punica, e i mercenari mamertini, che avevano fatto iniziare le ostilit della prima guerra punica (264-241 a.C.).
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Quando i Romani avanzarono verso la Macedonia, nell'autunno del 200 a.C., il pretore Lucio Apustio aveva degli elefanti, con s, come anche dei Numidi. Non si sa per certo se Antipatrea sia stata conquistata con delle scale, ma Siracusa era caduta proprio in quel modo appena pochi anni prima. Il brutale saccheggio della citt poteva essere una reazione piuttosto comune alla resistenza. Duemila anni fa, le ragazze erano donne a tutti gli effetti, a tredici anni; per quanto oggi ci possa sembrare orribile, lo stupro nei loro confronti era comunemente praticato, durante le guerre. Come anche lo era la crudele pratica di esporre, lasciandoli morire, i disabili, i malati o le neonate.
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A questo proposito, vale la pena di parlare degli incubi di Felice. Il disturbo post traumatico da stress (dpts) era quasi sconosciuto, nell'antichit, e non ci sono fonti storiche che attestino il contrario. I motivi potrebbero essere molteplici, ma questo fatto ci dimostra quanto le popolazioni antiche fossero diverse da noi. Ci piace pensare che i Romani fossero come noi, ma, sotto moltissimi aspetti, non lo erano. Duemila anni fa, la vita era brutale. La morte era sempre presente: considerate che la mortalit neonatale e infantile toccava soglie del 40-60% fino all'et di dieci anni, e l'aspettativa di vita era al di sotto dei trent'anni per le donne (a causa del parto) e di circa quarant'anni per gli uomini. La schiavit e orrende esecuzioni pubbliche erano la normalit in tutto il Mediterraneo; e nelle guerre, i massacri erano altrettanto normali. In altre parole, una persona qualsiasi, che fosse romana, macedone o greca, era abituata a livelli di violenza e morte molto pi elevati di quelli che conosciamo oggi.
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Il folle attacco di Filippo ad Atene fa capire che tipo d'uomo fosse. Le statue dei giovani al di fuori delle mura delle poleis veneravano i morti in guerra, quindi gli Ateniesi si sarebbero infuriati al suo ordine di distruggerle. Nessuno sa come fossero chiamati i passi montani tra Illiria, Epiro e Macedonia; il passo scuro  la traduzione dal turco di uno di essi. I campi di Pirro sono un altro luogo menzionato da Livio nella zona. Gli scontri a Ottolobo e Pluinna si sono verificati come li ho descritti. Filippo fu fortunato a non essere ucciso nel primo. Ho inventato il fatto che i suoi uomini si fossero equipaggiati con cotte di maglia romane prese ai morti, ma i soldati di Annibale l'avevano fatto dopo la battaglia del lago Trasimeno. Il livello di intrighi e rivalit tra Flaminino e Galba  di mia invenzione, ma l'opposizione dei due tribuni alla sua candidatura a console  vera. I consoli non venivano eletti dai loro pari, ma dai comizi centuriati. Ho pensato che la scena al Senato sarebbe venuta fuori pi drammatica, comunque. Filippo aveva delle spie a Roma; mi piace pensare che anche Flaminino ne avesse in Grecia, ma questo non  documentato.
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Aristofane era un noto commediografo greco; Le rane  una delle sue opere pi famose. Si tratta di una commedia volgare il cui testo  sopravvissuto fino a noi. Il tentato omicidio nel teatro  di mia invenzione, come anche il coinvolgimento di Eraclide. Il Tarantino  esistito davvero; diversi intrighi sono attribuiti a lui, ma io ho scelto di mettere Eraclide in combutta con gli Etoli. Non  noto, storicamente, il suo destino. Nel corso dell'inverno del 199 a.C., i veterani romani insoddisfatti si ribellarono ad Apollonia. Quando Flaminino arriv, tolse subito il comando a Villio. Poco dopo, avanz nella valle dell'Aous per scontrarsi con Filippo, e ne segu uno stallo di quaranta giorni.
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Gli attacchi notturni erano rari, ma a volte avvenivano; Alessandro Magno li us con ottimi risultati. Il confronto tra Flaminino e Filippo avvenne sull'Aous. Lo stallo nella valle fin soltanto quando Carope, un capo locale epirota, guid delle truppe romane alle spalle dei Macedoni. Attaccato su due fronti, l'esercito di Filippo fugg. La campagna and avanti come da me descritto, con Phacium, Faloria e Gomphi che caddero tutte nelle mani dei Romani, mentre la Tessaglia fu data alle fiamme. Esistono poche testimonianze della battaglia di Atrace, ma nello spazio ristretto delle mura della fortezza, i soldati delle falangi di Filippo sconfissero i legionari.
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La falange macedone era una formidabile formazione bellica; al tempo di Filippo Quinto, tutte le poleis greche l'avevano adottata. La cavalleria era tornata al suo ruolo precedente, ovvero essere d'aiuto alla fanteria. La struttura della falange , come tanti altri aspetti del mondo antico, aperta a diverse interpretazioni. Grazie allo storico greco Polibio, siamo piuttosto certi che l'unit base di 256 uomini (16 file di 16) venisse chiamata speira. Quattro speirai formavano un battaglione, che probabilmente si chiamava chiliarchia, e quattro chiliarchie formavano una strategia. La falange di Filippo, secondo diverse fonti, doveva contare 10.000 uomini; Connolly e altri storici hanno perci suggerito che le sue due strategie contassero ognuna cinque chiliarchie. Alcune delle unit di Filippo venivano chiamate scudi bianchi e scudi bronzei; seguendo Connolly, ho deciso di rendere queste unit delle vere e proprie strategie. Non ci sono quasi evidenze storiche che i soldati delle falangi venissero addestrati; l'unica eccezione  Filippo v, che volle sempre che i suoi soldati fossero addestrati, durante questa guerra. Le trombe erano utilizzate per inviare gli ordini a distanza, come facevano anche i Romani.
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Il giuramento prestato dalle nuove reclute delle legioni durante l'impero  arrivato fino a noi; immagino sia logico pensare che ce ne fosse uno simile nel periodo repubblicano. L'addestramento dei legionari durava forse due o tre mesi, ed era brutale. La spada del tempo, il gladio ispanico, era letale, e non si trattava solo di un'arma da punta. Livio descrive quanto i soldati di Filippo temessero quelle lame, per la facilit con cui riuscivano a mozzare le membra di un uomo. I Romani usavano i pollici, i piedi e le miglia (queste ultime un po' pi corte delle miglia imperiali). I Greci usavano i piedi - di una misura diversa da quelli romani - e gli stadi.
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L'elmo di Filippo con le corna di ariete  storicamente attestato. Perita era uno dei cani di Alessandro Magno. Il pancrazio era uno sport brutale, molto rispettato da tutti i Greci; gli Spartani erano famosi per ficcare le dita negli occhi degli avversari. I Greci, quando bevevano, gettavano del vino alle statue per divertimento; e lo diluivano meno di quanto non facessero i Romani. In Grecia si usavano pesi che avevano la forma di teste di toro. I leoni erano rari, ma ancora si aggiravano nel regno di Filippo. Le stanze che ho descritto nel suo palazzo reale sono state ritrovate negli scavi archeologici di Pella, e probabilmente risalgono ai tempi di Filippo ii, il padre di Alessandro. Non  stato ancora ritrovato uno stadio, nella citt, per quel che ne so, e neanche un teatro. Ma  ragionevole che queste strutture, al tempo, ci fossero. La lebbra era una malattia piuttosto comune, nell'antichit. E cos anche gli incendi a Roma, dove i piani pi alti degli edifici tendevano a essere costruiti in legno. Un servizio di vigili del fuoco ufficiale non si form fino al i secolo d.C. Non si sa se il termine milione fosse utilizzato dai Romani, perci ho scelto di usare, invece, l'espressione migliaia e migliaia.
Nonostante ci che molte persone possono immaginare, nell'antica Roma la gente imprecava quanto noi oggi, e forse anche di pi. Ne esistono moltissime testimonianze storiche, come graffiti osceni e poesie in latino con una gran quantit di termini volgari. Potrebbe stupirvi che la parola con la c fosse una delle imprecazioni pi comuni. E lo era anche l'insulto succhiacazzi. Fottiti  meno attestato, ma esiste comunque il verbo latino futuere, che significa, appunto, fottere. Aver usato pi una parola dell'altra, per me,  stato solo un tentativo di non diventare troppo volgare.
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Anche i Greci imprecavano molto. E insulti come piedi sporchi, indossa-pecore e musone che vive in una tenda mi piacevano troppo per non usarli. Adoro anche topo finito in un calderone ed essere alto quanto il ginocchio di una cavalletta. L'espressione a caval donato non si guarda in bocca  un po' controversa:  stato descritto per la prima volta intorno al 400 d.C., e sappiamo per certo che i Greci non erano in grado di capire l'et di un cavallo dai denti, ma  un modo di dire cos perfetto che ho deciso di usarlo comunque. Le parole della canzone degli ubriachi (Suona, suona quel flauto...) vengono dall'antica Grecia. I commenti sprezzanti dell'oratore Demostene su Filippo, padre di Alessandro Magno, vengono dalle sue famose Filippiche. Sebbene la parola barbaro si ritenga spesso di origine latina, in realt deriva dal greco barbaros, che significa straniero, o persona che non parla greco. Amo la teoria secondo la quale questa parola possa essere venuta dal fatto che, alle orecchie dei Greci, chi non parlava la loro lingua sembrasse balbettare, come se borbottasse qualcosa di simile a bar-bar-bar.
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Tito Pullone era un centurione dell'esercito di Giulio Cesare; era presente anche nell'eccellente serie televisiva di hbo Roma: mi ha divertito dare a uno dei miei personaggi il suo nome. Sarmento e Messio Cicirro erano famosi comici romani. Melancoma era un pugile famoso per come schivava i pugni dei suoi avversari. Tiberio Claudio Nerone e Marco Servilio Pulice Gemino erano consoli nel periodo da me descritto, e cos anche Villio e Sesto Elio Peto Catone. Minucio Rufo, Scipione l'Africano, Gaio Cornelio Cetego, Lucio Furio Purpureo e Catone sono stati tutti dei politici di quel periodo. Perseo era il figlio di Filippo. Aminandro d'Atamania  esistito davvero; i generali Filocle e Sopatre erano al servizio di Filippo.
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C' un omaggio al film Il gladiatore, nel libro, ed  facile da scoprire. C' inoltre un riferimento a Joe Abercrombie, grande maestro del genere dark fantasy: sdraiare qualcuno nel fango, per indicare un omicidio,  una delle sue espressioni che preferisco. L'espressione spalla contro spalla pu essere stata utilizzata dai soldati romani, ma il mio intento in questo libro era anche rendere onore ai guerrieri dei nostri giorni che giocano a rugby per l'Irlanda. Sono un tifoso sfegatato dei ragazzi in verde, e l'hashtag #ShoulderToShoulder  usato nei social per dimostrare sostegno alla squadra irlandese. Il discobolo  forse la statua pi famosa dell'antichit; lo scultore Mirone, suo autore, era famoso anche ai suoi tempi.
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I testi antichi sono indispensabili per un autore di romanzi storici di ambientazione greco-romana. Senza Livio, Pausania e, in misura minore, Polibio, Esiodo, Senofonte, Aristofane e Diodoro, scrivere questo libro sarebbe stato quasi impossibile. Le loro parole vanno prese un po' con le pinze, ma sono fondamentali quando descrivono eventi accaduti pi di due millenni fa. Possiedo molti testi, ma utilizzo molto anche il sito Lacus Curtius, con traduzioni in inglese di molti dei testi sopravvissuti fino a noi. Ringrazio, perci, Bill Thayer dell'Universit di Chicago, che lo gestisce. Ecco dove potete visitarlo: tinyurl.com/3utm5.
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Tra i testi moderni sulla mia scrivania, mentre scrivevo Una battaglia per l'impero, non mancavano A History of Greece di J. B. Bury e R. Meiggs; Roman Military Equipment di M. C. Bishop e J. C. N. Coulston; Greece and Rome at War e The Greek Armies di Peter Connolly; The Age of the Galley di Conway; Greek and Roman Mythology di D. M. Field; Ancient Greece di Robert Garland; The Complete Roman Army di Adrian Goldsworthy; Atlas of the Greek World di Peter Levi; Roman Conquests: Macedonia and Greece di Philip Matyszak; A Companion to Greek Religion, a cura di Daniel Ogden; Everyday Life in Ancient Greece di Nigel Rodgers; The Hellenistic Age di Peter Thonemann; Philip v of Macedon di F. W. Walbank (senza questo libro superlativo, mi sarei sicuramente perso); Warfare in the Classical World di John Warry; Taken at the Flood di Robin Waterfield (al quale sono grato anche per l'aiuto che mi ha dato organizzando una visita in Albania). Spesso anche le pubblicazioni di Osprey e Karwansaray sono molto utili, e non sarei riuscito a scrivere questo libro senza l'Oxford Classical Dictionary (grazie, pap, per questo!). Grazie anche al mio amico Harry Sidebottom, collega autore e studioso di storia romana, per aver messo i suoi occhi di falco sul romanzo. Posso affermare con un certo sollievo che ha trovato soltanto due errori, uno solo dei quali era imbarazzante.
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Molti di voi gi sapranno che sostengo le organizzazioni Combat Stress, che aiuta i veterani britannici con dpts, e Medici senza frontiere (msf), che invia personale medico in zone di disastri naturali e di guerra in tutto il mondo. Se volete saperne di pi su una delle raccolte fondi che ho fatto con gli amici autori Anthony Riches e Russell Whitfield, date un'occhiata a The Romani Walk su YouTube. Noi tre abbiamo camminato per 130 miglia (210 chilometri in Italia), indossando un'armatura romana completa. Il documentario  narrato da Sir Ian McKellen - Gandalf! Ecco dove vederlo: tinyurl.com/h4n8h6g. E ditelo anche ai vostri amici!
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Pi di recente, ho voluto sostenere anche Park in the Past, una compagnia di interesse comunitario che vorrebbe costruire un forte romano vicino a Chester, nel nord-est dell'Inghilterra.  un progetto incredibile. Per saperne di pi: parkinthepast.org.uk. Grazie a tutti voi che continuate a fare donazioni, e che date una mano con le raccolte di fondi. Due scrittori che sono stati particolarmente attivi negli ultimi mesi compaiono in questo libro: il personaggio di Filippo  basato sull'inestimabile Bruce Phillips, un vero gentiluomo, mentre Livio si basa sul fantastico Lesley Jolley. Grazie a entrambi. Cimone e Antileone sono personaggi in cui ho affettuosamente descritto due dei miei pi cari amici, Killian  Mrin e Arthur O'Connor. Ad altri trent'anni di amicizia! Sono molto grato anche al generosissimo Robin Carter di Parmenion Books (date un'occhiata al suo sito web!) e ai tanti libri che ha donato alla causa.
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Grazie ai miei due nuovi editor, Jon Wood e Craig Lye di Orion Publishing. Concludere questo romanzo, a volte, mi  sembrato impossibile, ma voi siete riusciti a tirarmelo fuori senza farmi troppo male. Grazie ai vostri consigli, adesso questo romanzo  un animale pi potente e di razza, perci grazie a entrambi. Sono inoltre riconoscente alle case editrici straniere, in particolare la squadra di Ediciones B, in Spagna. .
 necessario nominare, e ringraziare, anche altre persone: Charlie Viney, il mio eccezionale agente e amico; Steve O'Gorman, il mio copy editor, un vero professionista; Claire Wheller, la mia fantastica fisioterapista sportiva, che tiene sotto controllo le mie lrs; Chris Vick, massaggiatore straordinario, che si assicura che la mia schiena non si blocchi. Grazie a voi tutti.
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E un sentito grazie anche a voi, meravigliosi lettori. Mi date da lavorare, cosa di cui sono grato. Lo ripeter ancora una volta: qualsiasi cosa pur di non tornare alla medicina veterinaria! Vi prego, continuate a mandarmi e-mail e commenti e messaggi su Facebook e Twitter. Spesso regalo libri autografati e gadget romani tramite questi social (per beneficenza), perci occhi aperti! Inoltre, voglio dire che recensire i miei libri dopo che li avete letti, sia su Amazon (preferibilmente il sito uk), Goodreads, Waterstone's, iTunes o altri siti web,  davvero importante. Quello dei romanzi storici  un mercato in contrazione, purtroppo. I tempi sono molto pi duri, adesso, di quanto non lo fossero quando ho pubblicato il mio primo romanzo, nel 2008, e un autore vive e muore per le sue recensioni. Pochi minuti del vostro tempo mi aiuteranno pi di quanto possiate immaginare. Grazie in anticipo!
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Ultimo, ma non ultimo, voglio esprimere la mia gratitudine a mia moglie Sair, e a Ferdia e Pippa, le mie bellissime bambine, per l'infinito amore e la gioia che portano nel mio mondo.
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Glossario.
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Abido: citt sul lato asiatico dell'Ellesponto (Bosforo). Abydus per i Romani.
Acarnania: regione isolata della costa nordoccidentale della Grecia, alleata della Macedonia.
Acaia: regione della costa settentrionale del Peloponneso.
Acrocorinto: potente fortezza macedone situata nella regione pi stretta del Peloponneso; una delle Pastoie della Grecia (vedi voce specifica) che controllava l'accesso al continente.
Ade: l'aldil, sia per i Romani che per i Greci. I Campi Elisi, o paradiso, ne facevano parte, come anche il Tartaro.
Afrodite: dea del sesso e della riproduzione.
Agor: termine greco che indicava il luogo di aggregazione delle persone. Di solito era la piazza centrale delle citt, e il suo equivalente romano  il Foro.
Annibale Barca: il pi famoso figlio di Cartagine, resta uno dei pi geniali generali della storia. Iniziata una nuova guerra contro Roma nel 218 a.C., condusse un esercito dalla Spagna alla Francia e super le Alpi entrando in Italia. Nonostante le poderose sconfitte inflitte ai Romani, soprattutto quelle del lago Trasimeno e di Canne, non costrinse mai la Repubblica alla resa. La sua unica vera sconfitta fu quella di Zama; poi, aiut i suoi compatrioti a ricostruire Cartagine.
Antioco iii: re seleucide della Siria, vasto regno emerso dopo la morte di Alessandro Magno. Energico e astuto, riconquist vaste regioni perse dai suoi predecessori. Non sorprender sapere che fosse controllato da Roma, ai tempi della guerra con Filippo.
Antipatrea: la moderna Berat, in Albania.
Aous: il moderno fiume Vjosa.
Apollo: figlio di Zeus, dio della guarigione, della profezia, della poesia e della musica.
Apollonia: citt situata alla foce del fiume Aous; si alle con Roma nel 229 a.C. e serv come base principale delle operazioni militari contro la Macedonia.
Apso: il moderno fiume Devoll, in Albania.
Ares: il dio greco della guerra, incarnazione degli aspetti distruttivi ma spesso utili dei conflitti; i suoi figli si chiamavano Phobos e Deimos (paura e terrore).
Aristotele: uno dei pi grandi filosofi greci;  noto per essere stato il maestro di Alessandro Magno.
Artemide: la dea greca dei riti di passaggio maschili e femminili, e della caccia.
As (pl. asses): piccola moneta di rame, del valore di un quarto di sestertius o un sedicesimo di denarius.
Asia Minore: la moderna Turchia.
Asclepio/Esculapio: il dio della medicina. Un suo importante tempio, il pi antico di tutta la Grecia, si trovava a Trikka, la moderna Trikala.
Aspide: il piccolo scudo rotondo usato dai soldati della falange di Filippo. Coperto di bronzo e con l'interno in legno, la parte frontale era di solito in rilievo. Era leggermente concavo, e misurava circa otto palmi di diametro. L'aspide si controllava con una fascia per il braccio sinistro e una per il collo. Le ricostruzioni moderne pesano circa 5 kg.
Atamania: piccola regione a est dell'Epiro e a ovest della Tessaglia.
Atrace: fortezza macedone di fondamentale importanza situata nella piana della Tessaglia, a est di Gomphi.
Atrio: l'ingresso di una villa romana, un cortile con una piscina al centro dove si raccoglieva l'acqua piovana.
Attica: territorio appartenente alla citt di Atene.
Bacco: il dio romano del vino, dell'ebbrezza e della possessione estatica. (Vedi anche Dioniso).
Bargilia: citt nell'ovest dell'Asia Minore, a nord di Bodrum nell'attuale Turchia.
Beozia: regione al centro della Grecia. Uno degli elmi pi belli e riconoscibili dell'antichit era proprio quello beota, indossato dai cavalieri.
Calcide: fortezza macedone e principale citt dell'Eubea. Una delle tre Pastoie della Grecia.
Campidoglio: uno dei sette colli di Roma, in cima al quale c'era un grande tempio dal tetto d'oro dedicato alla triade di Giove, Giunone e Minerva.
Campo Marzio: il Campo di Marte era un'area aperta a nord di Roma dove avvenivano gli incontri pubblici e i giovani venivano addestrati. Fu coperto di edifici nel corso dell'impero.
Capua: una delle citt pi importanti della Roma repubblicana. Oggi  una piccola citt a nord di Napoli.
Cartagine: fondata dai Fenici come insediamento commerciale nell'viii secolo a.C., divenne una potente citt-stato con territori che si estendevano in tutto il Mediterraneo occidentale. Combatt tre grandi guerre contro Roma, perdendole tutte; alla fine dell'ultima (149-146 a.C.) fu rasa al suolo. Nota: i suoi campi non furono disseminati di sale.
Cartaginesi: abitanti di Cartagine.
Causia: un cappello piatto macedone indossato dagli uomini.
Cavaliere: nobile romano, appena inferiore alla classe senatoria.
Cefallenia: l'attuale Cefalonia.
Cenacolo: appartamento povero, costituito da una sola stanza, in cui viveva la maggior parte dei poveri della citt di Roma.
Centuria: la principale sottounit di una legione romana. Nonostante la sua forza originale fosse di cento uomini, ormai nel i secolo d.C. e sin da quasi mezzo millennio, era composta da ottanta uomini. L'unit era divisa in dieci sezioni di otto soldati, chiamati contuberni. (Vedi anche le voci Contubernio e Legione).
Centurione (in latino: centurio): i centurioni erano i disciplinati ufficiali di carriera che costituivano la spina dorsale dell'esercito romano. (Vedi anche la voce Legione).
Comizi centuriati: resti della pi antica struttura politica di Roma, erano ormai quasi scomparsi alla fine del iii secolo a.C. I suoi membri erano per la maggior parte contadini, che avevano provato sulla pelle gli orrori del conflitto contro Annibale, il che spiega il loro rifiuto di accettare la prima mozione del Senato a favore di una guerra contro la Macedonia.
Chiliarchia: una delle sottounit della falange, che comprendeva 1024 uomini. (Vedi anche Falange, Falangista, Speira e Strategia).
Chio: importante citt ionica sull'omonima isola, situata a ovest rispetto al centro dell'Asia Minore, l'attuale Turchia.
Chitone: tunica indossata dalla maggior parte degli uomini greci. Si trattava di un unico grande pezzo di lana o di lino che veniva ripiegato a met e spillato sulle spalle dalla parte aperta.
Cicladi: arcipelago dell'Egeo, vicino alla costa turca. Circa una trentina di isole risulta abitabile. Nel iii secolo a.C. erano governate dalla Macedonia, dall'Egitto, da Pergamo e da Rodi (vedi le voci corrispondenti).
Compagni (cavalleria): sebbene non pi la forza d'assalto dei tempi di Alessandro, questi cavalieri erano tra i migliori di tutto il mondo antico. I loro cavalli portavano soltanto delle coperte sulla schiena. Con corazze di bronzo o di lino imbottito ed elmi beoti addosso, i Compagni erano armati di xyston, una lancia lunga fino a 5 metri.
Console: uno dei due magistrati capi eletti ogni anno dal popolo e ratificati dal Senato. Erano gli effettivi governatori di Roma per dodici mesi, si occupavano delle questioni civili e militari, e guidavano le legioni in guerra. Si controllavano a vicenda e avrebbero dovuto mettere in pratica le richieste del Senato. In teoria, non si poteva ricoprire la carica di console per pi di una volta, ma in tempi di necessit questa regola poteva essere aggirata.
Contubernio: gruppo di otto legionari che dividevano una tenda o un alloggio e cucinavano e mangiavano insieme.
Corinto: la citt situata sullo stretto istmo di terra tra il Peloponneso e la Grecia continentale.
Cratere: un grosso contenitore con due manici per servire il vino.
Curia: la sala del Senato a Roma, che  stata ritrovata nel Foro romano.
Dardani: un selvaggio popolo dell'Illiria le cui terre confinavano con la parte nordoccidentale della Macedonia (l'attuale Kosovo).
Demostene: grande oratore ateniese vissuto dal 384 al 322 a.C.
Denarius (pl. denarii): la moneta base della Repubblica, sin dalla sua introduzione intorno al 211 a.C. Prima di questa, i Romani avevano usato altre monete, soprattutto l'as, e anche le monete greche delle colonie dell'Italia meridionale.
Dignitas: parola latina di difficile traduzione. La dignitas rappresentava la reputazione di un uomo, la sua morale e i suoi valori.
Dioniso: il dio greco del vino, dell'ebbrezza, della follia rituale e della mania, Bacco per i Romani.
Dipylon: la doppia porta monumentale nella sezione nordoccidentale delle mura di Atene.
Dittatore: magistratura suprema straordinaria, utilizzata in tempi di crisi militari e, pi avanti, anche civili.
Dodona: tempio dedicato a Zeus in Epiro, e sito di un teatro del iii secolo a.C. con 17.000 posti a sedere.
Dracma: la moneta dell'antica Grecia. Il nome viene da drachm, che significa una manciata. Erano monete d'argento, coniate da diverse citt-stato. Una dracma valeva sei oboli.
Drino: l'attuale fiume Drino.
Edile: magistrato romano che doveva gestire citt, approvvigionamenti d'acqua e mercati.
Egeo: il mare tra la Grecia e l'Asia Minore (la moderna Turchia).
Egitto: dopo la morte di Alessandro Magno, l'Egitto fu governato dai Tolomei. Alla fine del iii secolo a.C., era ormai indebolito, ma avrebbe continuato a resistere per altri duecento anni.
Ellesponto: l'attuale Bosforo.
Eolo: dio dei venti.
Epiro: regione a ovest dell'Atamania e della Tessaglia, a sud-ovest della Macedonia. La maggior parte delle sue trib sostenne Roma nella sua guerra contro Filippo.
Eques: cavaliere, membro della classe pi bassa della nobilt di Roma.
Era: dea greca della regalit e del matrimonio.
Ercole (in greco Eracle): figlio divino di Giove/Zeus, famoso per la sua forza e per le sue dodici fatiche.
Ermes: messaggero degli di; una divinit venerata da pastori e viaggiatori.
Eros: il dio dell'amore.
Eschilo: famoso drammaturgo ateniese del vi e del v secolo a.C.
Etolia: regione della Grecia centro-occidentale; implacabile nemica della Macedonia.
Eubea: una lunga isola a nord di Atene e della Beozia. L'importante fortezza di Calcide era nell'Eubea.
Euripide: famoso drammaturgo ateniese del v secolo a.C.
Falangista: soldato che combatteva nella falange macedone. Portava un elmo semplice, ma talvolta poteva avere una cresta. La sua armatura era una corazza di bronzo o di lino imbottito, con degli schinieri. Era armato di scudo aspide (vedi definizione) e una lunghissima lancia chiamata sarissa (vedi definizione), e probabilmente portava anche una spada.
Falange: unit di combattenti greci, simile a una sorta di ariete, con migliaia di uomini che affrontavano simili formazioni nemiche, protetti ai lati da fanteria e/o cavalleria leggera. Adottata da Filippo ii e Alessandro Magno con grande efficacia, la falange costituiva il grosso dell'esercito di Filippo v.
Falera: decorazione scolpita a forma di disco, assegnata per il coraggio e indossata su un'imbracatura toracica, sopra la corazza di un ufficiale romano. Le falere erano spesso fatte di bronzo, ma potevano essere utilizzati anche argento e oro. Ne ho anche vista una fatta di vetro. I soldati venivano premiati anche con torque, bracciali da bicipite e braccialetti da polso.
Faloria: citt sul confine tra Macedonia ed Epiro. Potrebbe trovarsi a ovest di Trikala.
Ferentino: citt del Lazio a 65 km a sud-est di Roma, tutt'ora esistente.
Fibula: una spilla che serviva a chiudere gli indumenti.
Focale: il fazzoletto che i legionari portavano al collo.
Foro: lo spazio pubblico al centro delle citt romane. Circondato da mercati coperti, edifici civici e templi, era il luogo in cui la gente si incontrava per concludere affari, conversare e assistere a processi o ascoltare annunci pubblici.
Fustuarium: punizione che veniva inflitta ai legionari per diversi motivi, tra cui essersi addormentati durante il turno di guardia, aver rubato qualcosa a un compagno, la fuga davanti al nemico o togliersi la spada mentre si scavava un fossato. Il colpevole veniva percosso a morte dagli uomini del suo contubernio, o a pugni o con dei bastoni.
Gaugamela: la battaglia del 331 a.C. in cui Alessandro trionf contro l'imperatore persiano Dario per la seconda e ultima volta. Oggi si trova nel Kurdistan iracheno.
Giavellotto: il famoso pilo romano. La versione del iii secolo a.C. era pi primitiva di quella imperiale. Consisteva di un'asta di legno lunga circa 1,2 metri, unita a una piccola punta di ferro. Si pensa che avesse una gittata di circa 30 metri, e un'efficacia letale fino alla met di questa distanza.
Giove: spesso nominato con l'appellativo Optimus Maximus, ovvero il pi grande e il migliore. Il pi potente degli di romani, era responsabile del tempo atmosferico, soprattutto delle tempeste.
Giudeo: abitante della Giudea, l'attuale Israele.
Giunone: dea delle donne, dei doveri civici e forse del coraggio militare.
Golfo di Ambracia: baia racchiusa tra l'Epiro e l'Acarnania.
Golfo di Corinto: lo stretto braccio di mare che divide il Peloponneso dalla Grecia continentale.
Golfo di Pagase: l'attuale Golfo Pagaseo, nella Grecia centro-orientale.
Gomphi: fortezza macedone che proteggeva la Tessaglia dagli attacchi provenienti da ovest.
Gugga: termine latino per insultare i Cartaginesi, che si trova in una delle commedie di Plauto. Probabilmente significa piccolo ratto.
Hastati: milleduecento giovani legionari che si trovavano in prima fila in ogni legione. Indossavano una corazza di bronzo, un solo schiniere, elmi con tripla cresta, e portavano lo scudo. Erano armati con uno o due giavellotti e una spada.
Himation: pi grande e pesante del chitone, questo indumento era usato da uomini e donne greci come mantello.
Icaro: figura mitologica che tent di fuggire da Creta usando ali di piume e cera. Non ascoltando gli avvertimenti del padre, il giovane presuntuoso vol troppo vicino al sole. La cera si sciolse e lui cadde in mare e anneg.
Idaspe: fiume della moderna India e del Pakistan, dove Alessandro Magno ottenne una delle sue vittorie pi difficili, contro l'esercito del re indiano Poro.
Illiricum (o Illiria): nome romano per i territori che si trovavano dall'altro lato dell'Adriatico rispetto all'Italia: comprendono porzioni di Slovenia, Serbia, Croazia, Bosnia e Montenegro.
Ispania: la penisola iberica.
Isso: luogo della prima vittoria di Alessandro contro l'imperatore persiano Dario nel 333 a.C. Oggi si trova nella Turchia sudorientale.
Kopis: una spada ricurva e con un solo taglio usata dai soldati greci.
Lade: una piccola isola vicina a Mileto, al largo della costa dell'Asia Minore occidentale.
Latino: non solo una lingua, ma anche un popolo.
Legione (in latino: legio): la pi grande unit indipendente dell'esercito romano. Nel periodo repubblicano, era costituita da quattromiladuecento legionari: milleduecento veliti, hastati e principes, e seicento triarii. Ogni legione contava anche trecento cavalieri.
Lembo: galea illirica spesso usata dai pirati. Piccola e maneggevole, era spinta da cinquanta remi e non aveva vele.
Litaio: il fiume che attraversa Trikka, la moderna Trikala.
Locri: la moderna Locri, in Calabria.
Littore: attendente dei magistrati romani. Il loro numero variava a seconda del rango del magistrato: un console aveva dodici littori, per esempio, un pretore sei. Ogni littore portava un fascio di aste alte un metro e mezzo e un'ascia con una sola lama, simboli dell'autorit del magistrato.
Macedonia: inizialmente poco importante, il regno divenne potente sotto Filippo ii, padre di Alessandro Magno. Ai tempi di Filippo v, i suoi giorni di gloria erano ormai passati, ma era ancora la potenza dominante in Grecia.
Manipolo: una sotto-unit della legione adottata all'incirca nel 300 a.C. Non si sa esattamente di quanti legionari fosse composto un manipolo, ma la maggior parte degli studiosi concorda sul fatto che potesse trattarsi di una doppia centuria. Il manipolo scomparve con le riforme di Mario alla fine del ii secolo a.C.
Maratona: luogo di un'altra delle pi famose battaglie della storia, sulla costa a nord di Atene. Nel corso della prima invasione persiana della Grecia, nel 490 a.C., gli ateniesi e gli abitanti di Platea sconfissero i Persiani in quel luogo.
Marte: il dio della guerra. Tutti i bottini di guerra erano consacrati a lui e pochi comandanti romani intraprendevano una campagna senza aver visitato il tempio di Marte per chiedere la protezione e la benedizione del dio.
Menadi: seguaci di Dioniso.
Minerva: dea romana della guerra e della saggezza.
Mollis (pl. molles): parola latina che significa morbido, gentile, usato in questo caso come termine spregiativo nei confronti degli omosessuali.
Morfeo: dio dei sogni sia per i Greci che per i Romani.
Nettuno: dio romano del mare.
Nubiano: abitante della Nubia, una regione che si estendeva tra i moderni Egitto meridionale e Sudan centrale.
Numidi: abitanti della Numidia, area che includeva parti delle moderne Algeria, Tunisia e Libia. I loro cavalieri erano tra i migliori dell'antichit.
Obolo: moneta greca di piccolo taglio fatta di rame o di bronzo. Il nome deriva da una parola che significa sputo. Sei oboli costituivano una dracma.
Olimpo: il monte pi alto della Grecia. Situato tra la Tessaglia e la Macedonia, era considerato la dimora degli di.
Oplita: soldato dell'antica Grecia. Si trattava dei cittadini delle poleis, le citt-stato, ed erano armati di lance e scudi. Combattevano in falangi. Le loro lance erano molto pi corte di quelle usate dai falangisti macedoni.
Oplitodromo: una corsa durissima a piedi per i soldati, che correvano nudi, ma con l'elmo e imbracciando lo scudo.
Optio (pl. optiones): l'ufficiale che veniva subito dopo il centurione; il vice in una centuria. (Vedi anche la voce Legione).
Ottolobus: probabilmente si trovava nei pressi dell'attuale lago Malik in Albania.
Pastoie della Grecia: le tre fortezze di Acrocorinto, Calcide e Demetria (vedi le relative voci). Cos chiamate da Filippo v per la loro capacit di tenere la Macedonia al sicuro dalle ostilit della Grecia.
Palestra: scuola di pugilato e lotta. Spesso parte di un ginnasio, luogo in cui gli atleti si esercitavano.
Palo: la postazione di legno contro cui le reclute delle legioni si esercitavano con la spada.
Peana: una canzone dedicata agli di, che i Greci utilizzavano in occasioni personali, civili, politiche e militari. Adoro il modo in cui lo scrittore Christian Cameron ne ha fatto uso.
Pella: capitale della Macedonia. Nel iii secolo a.C. era una magnifica citt, con una grande griglia centrale di strade.
Peloponneso: la penisola a forma di mano che si unisce alla Grecia continentale grazie a uno stretto istmo.
Peltasta: in origine, il termine indicava una tipologia di fanteria leggera della Tracia, ma nel iii secolo a.C. si riferiva a una classe di soldati utilizzata da molte citt-stato greche. Armati di scudo di vimini a forma di mezzaluna (pelta) e di lance, erano veloci e pericolosi.
Peneo: fiume della Tessaglia.
Pergamo: un regno situato nell'ovest dell'Asia Minore e formatosi dopo il crollo dell'impero di Lisimaco (uno dei generali di Alessandro Magno). Governato dalla dinastia Attalide per un secolo e mezzo, dal 280 a.C. il regno si alle con Roma contro la Macedonia in numerose occasioni. Attalo i era re al tempo degli eventi narrati in questo romanzo.
Perseo: figlio maggiore di Filippo v, pi tardi sarebbe diventato re di Macedonia.
Persia: potente impero che invase due volte la Grecia. Fu sconfitto da Alessandro Magno nel iv secolo a.C.
Phacium: citt della Tessaglia. Potrebbe essere stata vicina all'attuale citt greca di Zarko.
Pidna: citt sulla costa orientale della Macedonia.
Pilo: un semplice elmo conico indossato da alcuni soldati greci.
Pireo: il porto di Atene. L'accesso alla citt era garantito da una doppia muraglia che correva dalla costa ad Atene stessa.
Pirro d'Epiro: uno dei generali pi sfortunati della storia. Combatt una grande campagna in Italia contro Roma all'inizio del iii secolo a.C., ottenendo vittorie cos sofferte che quasi non ne sarebbe valsa la pena, da cui il modo di dire vittoria di Pirro.
Platea: piccola citt-stato situata a nord di Atene. Nota per essere l'unica che marci con Atene a Maratona.
Pluinna: purtroppo, non si sa dove sia. La parola significa montagna, il che non aiuta molto, nel territorio di Macedonia, Grecia e Albania!
Plutone: dio romano degli inferi.
Ponto Eusino: l'attuale Mar Nero.
Pretore: magistrato romano il cui rango era al di sotto di quello dei consoli. Aveva poco meno potere (imperium) di un console e aveva simili incombenze civili e militari. Alla fine del iii secolo a.C., la guerra contro Cartagine aveva visto il numero di pretori salire a quattro. Altri due ne vennero aggiunti nel 198.
Priapo: divinit greca minore della fertilit e dei genitali maschili, adottato con gusto dai Romani. Di solito era ritratto con un possente pene eretto.
Princeps (pl. principes): giovani adulti nel pieno delle forze, erano milleduecento legionari che formavano la seconda fila nella formazione di battaglia. Erano armati e protetti come gli hastati, ma indossavano una cotta di maglia invece di una corazza pettorale (vedi la definizione).
Propontide: l'attuale Mar di Marmara, che collega il Mar Nero all'Egeo.
Propretore: magistrato romano a cui venivano dati temporanei poteri (imperium). La posizione veniva utilizzata in situazioni di guerra, quando i due consoli e i due pretori erano occupati in altre attivit.
Pritaneo: edificio nel quale si riuniva il governo di Rodi.
Publio Cornelio Scipione: uno dei pi famosi generali di Roma. Fece esperienza in guerra da giovane nella seconda guerra punica. Alla fine, era diventato un comandante astuto e attento, al punto da battere il grande Annibale nel suo stesso gioco.
Questore: il grado pi basso della magistratura romana, punto di inizio che dalla vita militare conduceva a quella politica. Il questore doveva amministrare i fondi pubblici e aveva inoltre compiti giudiziari e militari.
Rodi: l'isola fior inizialmente durante le guerre dei Successori, dopo il crollo dell'impero di Alessandro Magno. Fulcro di scambi commerciali per la sua posizione e i suoi cinque porti, riusc a restare indipendente per tutto il iii secolo a.C., sebbene fosse molto legata all'Egitto dei Tolomei. Sempre nemica dei pirati, Rodi aveva territori nelle isole Cicladi e in Asia Minore.
Salamina: luogo di una grande vittoria navale dei Greci contro i Persiani e i loro alleati nel 480 a.C.
Sarissa: la lunga lancia dei falangisti macedoni. Lunga tra 4,5 e 5 metri e usata a due mani, aveva una punta pesante anche sul retro che serviva da contrappeso. In battaglia, le prime cinque file puntavano le lance contro i nemici, e questa doveva essere una vista davvero terrificante.
Scudo: lo scutum romano (pl. scuta), era un ovale allungato, alto circa 1,2 m e largo 75 cm. Era fatto di due strati di legno messi perpendicolari tra loro; poi era coperto di tessuto o tela, e cuoio. Gli scudi repubblicani avevano una spina centrale in legno che correva in verticale per tutta la loro lunghezza. Lo scutum pesava da 6 a 10 kg. Un grosso umbone metallico ne decorava il centro, con la barra orizzontale per afferrarlo sistemata proprio dietro di esso. Delle decorazioni venivano spesso dipinte sul davanti, e la copertura in cuoio serviva a proteggere lo scudo quando non veniva usato, per esempio durante le marce.
Seleucidi: quello dei Seleucidi fu uno degli imperi formatisi dopo le guerre dei Successori, gli scontri tra i generali e i seguaci di Alessandro Magno. Era vasto, e arrivava dal Mediterraneo quasi fino all'India. Alla fine del iii secolo a.C., era appena emerso da un periodo difficile grazie alla guida del suo nuovo re, Antioco iii.
Senatore: uno dei trecento uomini eletti dalla classe dei nobili per rappresentarli in Senato, il governo della Roma repubblicana.
Signia: l'attuale Segni, nel Lazio, in Italia centrale.
Sirene: incantatrici presenti nell'Odissea di Omero, il cui canto attirava i marinai verso la loro morte.
Siria: parte dell'impero seleucide.
Sogdia: una regione che si trovava negli attuali Uzbekistan e Tajikistan.
Sparta: anche nota in Grecia come Lacedemone o Laconia, cosa che ha dato origine al moderno aggettivo laconico, la terra degli Spartani si estendeva al centro del Peloponneso.
Speira: unit di 256 uomini della falange macedone. Misurava 16 file di 16 uomini. (Vedi anche Nota dell'autore).
Stadio: unit di misura greca corrispondente a circa 176 m.
Strategia: unit di 500 uomini della falange macedone. (Vedi anche Nota dell'autore).
Subarmalis: indumento imbottito indossato dai legionari sopra la tunica e sotto alla cotta di maglia. Serviva a dissipare la forza dei colpi delle armi nemiche.
Tarentum: la moderna Taranto.
Tartaro: parte degli inferi.
Taso: citt e isola omonima, che si trova vicino alla costa tra Ellesponto e Macedonia.
Tempe: gola di circa otto chilometri nelle montagne tra Tessaglia e Macedonia. Era la strada pi agevole tra le due regioni, ma si poteva difendere con facilit.
Termopili: luogo di una delle pi famose battaglie della storia. Nel 480 a.C., il re di Sparta Leonida e i suoi trecento guerrieri, insieme a 6-7000 Greci, tennero testa per due giorni a un esercito persiano ben pi grande. Quando il nemico li attacc alle spalle, la maggior parte dei Greci fugg, ma non Leonida e i suoi trecento.
Tessaglia: regione del nord della Grecia. Essenzialmente una piana racchiusa dalle montagne, a parte il Golfo Pagaseo a est, nel iii secolo a.C. era controllata in gran parte dalla Macedonia; l'Etolia ne possedeva altre piccole aree.
Tesserario: uno degli ufficiali di pi basso grado nella centuria, i cui compiti includevano comandare la guardia. Il nome viene dalla tessera su cui veniva scritta la parola d'ordine della giornata.
Tracia: regione popolata da trib selvagge e bellicose, i Traci. Oggi si troverebbe tra Grecia, Bulgaria e Turchia.
Triari: i soldati pi anziani ed esperti di una legione. Questi seicento uomini indossavano elmi, cotte di maglia e un singolo schiniere. Portavano uno scudo ed erano armati di spada e lancia lunga.
Triboli: i precursori dell'antichit di quelli che oggi usa la polizia per fermare i veicoli. Pezzi di ferro a quattro punte, alti da 5 a 15 centimetri, erano costruiti in modo che, quando venivano lanciati, atterravano sempre con una punta in alto. I Romani li usavano sul fondo dei fossati e sui campi di battaglia.
Tribuno (in latino: tribunus): ufficiale di stato maggiore anziano di una legione. Durante il periodo repubblicano, questi uomini erano di rango senatorio.
Trikka: la moderna Trikala, in Tessaglia.
Turma (pl. turmae): unit di cavalleria composta da trenta uomini. All'inizio del principato, ciascuna legione aveva una forza di centoventi cavalieri. Questi erano suddivisi in quattro turmae, ciascuna comandata da un decurione.
Veles (pl. velites): combattenti leggeri reclutati dalle classi sociali pi umili. Ce n'erano milleduecento in ogni legione. Giovani tra i 16 e i 18 anni, erano equipaggiati con piccoli scudi ovali e alcuni giavellotti da 1,2 metri. Indossavano strisce di pelliccia di lupo sulla testa.
Via Appia: la strada che collegava Roma a Brindisi, nell'attuale Puglia.
Vino: non si sa con certezza quando la viticoltura  stata introdotta in Italia. Era praticata dagli Etruschi e potrebbe essere stata portata dai primi coloni greci. Ai tempi di questo romanzo, la viticoltura romana non aveva ancora raggiunto il suo apice. Alcuni dei vini romani pi famosi erano l'albano, il cecubo e il falerno.
Vitis: il bastone di vite portato dai centurioni. Era utilizzato come segno distintivo del rango e anche per infliggere punizioni.
Vulcano: dio romano del fuoco distruttivo, che spesso era venerato per evitare... gli incendi!
Xyston: la lunga lancia della cavalleria dei Compagni. Misurava fino a 5 metri di lunghezza, aveva una punta di metallo sul retro e veniva impugnata a due mani in combattimento, cosa incredibile, se si pensa che al tempo non si usavano selle.
Zama: luogo in cui avvenne la sconfitta di Annibale per mano di Publio Cornelio Scipione nell'ottobre del 202 a.C. Si dovrebbe trovare al confine con la moderna Algeria.
Zeus Soter: Zeus era il pi importante dio greco, signore di tutti gli altri di. Era venerato come divinit del tuono e del cielo. Soter significa salvatore; era un titolo dato a molte divinit.
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FINE.